lunedì 2 settembre 2013

In memoria di Bill Evans




«Viso pallido, devi scoparti la musica». E gli altri ridevano mentre Miles Davis, il divino, lo prendeva in giro. Bill Evans incassava. Poi si allungava sul pianoforte, prima le mani, poi il petto, poi l’intero corpo lungo e magro, e possedeva la musica fino all’ultima nota. Un amplesso mistico, colossale. E anche i neri, quei gradassi geniali del jazz, restavano attoniti, perfino commossi. Sono trent’anni che Bill Evans ci ha lasciati orfani. Non ci saranno eventi, celebrazioni o riti di massa. L’arte di Evans è una questione privata, una relazione rigorosamente sentimentale, in sordina. Tutta qui la sua grazia, la sua disperazione: essere un gigante e non poterlo, saperlo ammettere. Fino a distruggersi.

Una vita bruciata in fretta quella di William John Evans, detto Bill, morto a 51 anni col fegato spappolato e il sangue impazzito come la maionese. Era il bianco del jazz, il tocco chiaro del jazz, la panna dolce e acida del jazz, il jazz che si fa carezza e abbandono. Non aveva nulla della furia degli altri: non gli eccessi di Parker, le follie di Monk, l’arroganza di Miles, i deliri di Mingus, la luce accecante di Coltrane o Coleman. Eppure quel ragazzo secco e miope del New Jersey, quel viso pallido, fece la sua rivoluzione, trasformando il modale in uno spartito aperto, armonico, imprevedibile. Non più uno stile, un sound. Uno stato dell’anima, semmai. E soprattutto musica. Un’imponente cattedrale di musica meravigliosa: dagli impressionisti francesi a Gershwin, da Stravinsky a Mozart. Passando per Nat King Cole, Cole Porter, il jazz. «Perché io voglio che la gente possa cantare quando mi ascolta».

Cantiamo, allora. Come cantava Mary Soroka, figlia di immigrati russi, la madre amatissima. Siamo a Plainsfield, anni Trenta, a un tiro di schioppo da New York. Il padre è un gallese, professione tipografo col vizio dell’alcol e Mary si prende cura dei figli. È lei a impartire le prime lezioni di piano ad Harry, il primogenito. Bill è troppo piccolo ma ascolta rannicchiato in un angolo le marcette che strimpella il fratello, il suo idolo. A 12 anni ha imparato a orecchio qualunque melodia e lo sostituisce nell’orchestrina locale. E precipita nella musica. Studia Bach, Webern, Schönberg. Ha una naturalezza nel suonare, Bill, che lascia incantati. Come se il pianoforte fosse una parte di sé, il prolungamento di un cuore malinconico e in tumulto. «Poteva produrre più colori tonali Bill Evans in 32 battute che Glenn Gould in tutta la sua carriera», scrisse il critico Robert Offergeld. Aveva ragione.

Il jazz arriva per forza. Frequentando i locali della 52esima strada a New York. Sono gli anni del Bebop, gli anni di Gillespie, Monk, Parker. Bill li ascolta seduto in fondo alla sala, rannicchiato come quando imparava a memoria le note eseguite dal fratello Harry. Gli basta uno sguardo per apprendere. Ha una tecnica mirabile, dita lunghe, bellissime. Ha la poesia nel tocco, quella capacità di suonare voci “strette”, armonicamente perfette, che cantano, incantano. Gli manca la maledizione del jazz. La trova durante il servizio militare. Comincia a farsi. Diventa un altro Bill, costretto a suonare per cibare la scimmia. Un tossico d’arte. La faccia triste ma sempre curatissimo, elegante, la cravatta perfettamente annodata perfino quando navigava tra i bassifondi dei pusher, quando pregava e si umiliava per una dose, quando gli strozzini minacciavano di spezzargli le mani se non avesse pagato. «La roba – disse – è morte e trasfigurazione. Ogni giorno ti svegli tra i dolori, muori di dolore. E poi esci e ti fai, ed ecco la trasfigurazione. Ogni giorno diventa un intero microcosmo di vita». Condivide il calvario con Ellaine, la prima moglie, strafatta e timida come lui. Ma ha un talento, un’intima poesia, una tecnica così cristallina e potente da riuscire a imbrigliare droghe e draghi quando suona.

Nel 1956 incide il primo album a suo nome. Si intitola “New Jazz Conceptions”, con lui Paul Motian alla batteria e Teddy Kotick al contrabbasso. Sono i giorni dell’ascesa. La critica lo adocchia, il mondo del jazz lo adotta. Collabora con Mingus, frequenta musicisti del calibro di Philly Joe Jones e Miles Davis. Conosce Scott LaFaro, il suo contraltare, il suo contrabbassista. Tanto riservato l’uno, quanto scatenato l’altro. E sorridente, impetuoso, pieno di vita. Il 2 marzo del ’59 Miles entra in sala di registrazione. Con il trombettista nero ci sono Julian Cannonball Adderly al sax contralto, John Coltrane al sax tenore, Paul Chamber al contrabbasso, Jimmy Cobb alla batteria e Bill Evans. Il progetto si intitola “Kind of Blue”. Per quanto Davis si prenda ogni merito (e ogni centesimo) per uno dei dischi jazz più amati, celebrati, citati, il tocco di Evans è così presente da marchiare il suono. Un pezzo come “Blue in Green” parla con la voce sognante, rarefatta e ultraterrena di Bill. Non servono i credit, basta l’orecchio.
Otto mesi dopo, più consapevole dei propri mezzi, il pianista organizza il proprio trio con Scott LaFaro e Paul Motian. La concezione classica di un tema sviluppato attraverso gli assolo dei musicisti, viene abbandonata a favore dell’interplay, un colloquio tra gli strumenti a base di poliritmie, suggestioni, scarti armonici improvvisi. Enrico Pieranunzi che ad Evans ha dedicato un libro bello e amorevole – “Ritratto d’artista con pianoforte” – scrive di un rapporto telepatico tra Bill e Scott. Una magia quel trio, un’alchimia perfetta che dura tre anni, cadenzati da opere come “Portrait in jazz, Waltz for Debby “e le insuperabili session “Live at Village Vanguard”. Il 5 luglio del ’61, Scott muore in un incidente automobilistico. Per Evans un colpo durissimo, devastante. Riprenderà a suonare dopo mesi e il primo pezzo che il pianoforte gli suggerirà, sarà dedicato a LaFaro: “Danny Boy”. La morte diventa così la compagna di Bill. Lutti drammatici, ombre nerissime sul cuore. Nel ’71 si suicida Ellaine, la prima moglie. Nel ’79 si toglie la vita il fratello Harry. Evans è già un colosso del jazz, piegato dalle droghe, dalla vita. L’inferno in terra e il paradiso in testa. Eppure quando si siede davanti ai tasti è infinita meraviglia, cosi tanta musica, tanta leggiadria concentrata in un milione di note distillate con un furore dolce. Non suona soltanto, Bill. Vola, disegna paesaggi. Come Debussy, come Chopin. Sottrae dalle partiture, lascia che anche il silenzio diventi ritmo. Perfino dopo essersi sparato cocaina nella vene. Allora il passo diventava più secco, più spostato verso gli acuti, ma senza perdere nulla della grazia sontuosa.

Una carriera stellare. Se solo ne avesse approfittato. Tour in tutto il mondo. E collaborazioni da capogiro: da Jim Hall a Chet Baker, da Lee Konitz a Teo Macero, da Stan Getz a Michel Legrand. Come titolare Evans ha firmato 101 album. Alcuni sono capolavori insuperati anche grazie a Helen Keane, la manager che lo prese per mano fino a trasformarlo in una star. Con lei presero corpo “How my heart sings!” (prodotto dal fedele Orrin Keepnews), e” Conversation with Myself” che gli valse il Grammy. Proprio il giorno in cui gli comunicarono la vittoria Bill si ruppe un incisivo. Agli amici disse: «E’ la prima volta, dopo anni, che ho una ragione per sorridere. E sono sdentato». Metafora perfetta di una vita imperfetta. Scrive, suona, suona fin troppo, s’indebita per comprare la roba. Però gira con un quadernetto dove annota chi gli presta i soldi. E restituisce fino all’ultimo cent quando la casa discografica gli concede l’ennesimo anticipo. Attraversa gli anni Settanta tra altissimi e bassissimi: una nuova compagna, Nenette, che gli darà un figlio – Evan Evans – e qualche perla stupefacente come “You” “Must Believe in Spring”, il suo testamento. E poi “Intuition”, l’intimo “Alone Again” e i “Live at Tokyo”. Nel 1979 è a Parigi per l’ultimo concerto. C’è una foto che lo ritrae: ha il volto scavato, i capelli lunghi, si è fatto crescere la barba. E le mani sono gonfie. Morirà il 15 settembre del 1980 a San Francisco, per una emorragia interna. E’ sepolto a Baton Rouge, Louisiana. Una tomba rigorosa e semplice, accanto a quella del fratello. Trent’anni dopo non ci saranno cerimonie. Resta, ci resta la bellezza di una musica che attraversa il tempo a passo di valzer e sembra scritta ora, adesso. Una musica incisa nelle pieghe dell’anima. La musica di Bill Evans, l’uomo che ha fatto cantare anche il silenzio.

Daniela Amenta
(L'Unità 15 settembre 2010)

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