martedì 27 settembre 2016

Nick Cave dentro la stanza del figlio


Bisognerebbe provare a trattare Skeleton Tree, sedicesimo album in studio di Nick Cave, allontanando l'ombra di Banco shakespeariana che aleggia torva e inquietante. Raccontarlo come fosse un disco qualsiasi nella storia di questo artista furibondo e maledetto, nato in Australia 59 anni fa. Ma Skeleton Tree non è un disco qualsiasi, purtroppo.
Bisognerebbe provare a narrare l'epopea di Nick – dagli esordi esasperati tra punk e rumorismo al calor bianco fino alle riletture bibliche, passando per le poesie, gli inni iconoclasti, il carisma “nero”, le droghe e i draghi – saltando la cronaca. Ma la cronaca si ferma al 14 luglio del 2015, il giorno della morte drammatica di Arthur, figlio adolescente di Cave e della modella-stilista Susie Bick, volato dalla scogliera di Brighton forse sotto effetto di un acido.

Skeleton Tree non è un disco sul dolore. E' semplicemente un'opera pervasa dal dolore. Cave aveva iniziato a scrivere i pezzi prima della tragedia, ma come si intuisce dal documentario One More Time With Feeling (nelle sale italiane solo per due giorni, oggi e domani) quanto è accaduto ha cambiato la direzione della musica, dei testi, dell'intera atmosfera.
Nick Cave, dunque. Oltre trent'anni di suoni nel segno dell'Apocalisse e degli eccessi, deragliamenti sentimentali e sonori. Una scrittura febbrile e torbida tesa verso la perenne ricerca del divino nelle miserie terrene o di un Cristo trascendente a dargli pace, a frenare le frane, attutire il tonfo disperatamente umano di Nick, The King Ink che osò sfidare il cielo.

Nessuno dei 15 dischi che precede Skeleton Tree è facile, confortante. In tutti, con diversi gradi, è presente il concetto di morte, sofferenza, finitezza. Ma se nel passato Cave utilizzava anche i miti letterari per comporre i suoi affreschi tragici – da
Huckleberry Finn di Twain alle epiche Murder Ballads, da Spoon River fino a William Blake e alle pagine più crude e cruente della Bibbia – questa volta non esiste mediazione, escamotage culturale. Il re è nudo, e piange. Piange il figliol prodigo, The Good Son, probabilmente l'erede prediletto (Cave, per la cronaca, ha altri tre figli, tra cui Earl, il gemello di Arthur).

Quaranta minuti di musica che iniziano con l'invettiva di Jesus Alone, dai timbri Morrisoniani, la lunga, faticosa di The End del Terzo Millennio, e si chiudono con l'orazione funebre contenuta nella title-track, Skeleton Tree, ovvero l'albero scheletrico. Nella Cabala ebraica l'esistenza tutta è sintetizzata proprio in un arbusto, che ha radici affondate in terra e rami protesi verso il cielo. Una metafora alchemica che Cave spoglia. Via le foglie, via la linfa. Rimangono un padre e una madre a fare i conti con il dolore peggiore: essere sopravvissuti al proprio figlio, e quindi al significato stesso di futuro. I suoni sono anche essi ridotti all'osso, minimali, spettrali, con archi e sintetizzatori orchestrati da Warren Ellis, infernale genio sonico dei Bad Seeds, la band di Cave.

Un disco ostico eppure fascinoso, magnetico, non il migliore nella discografia complessa di Cave, ma cruciale. Uno snodo. Dove Nick canta: “Sei caduto dal cielo, precipitato su un campo vicino al fiume Adur. (…) Con la mia voce ti sto chiamando”. Dove le parole “amore” e “bisogno” sono ripetute all'infinito e la tregua è segnata da Distant Sky, con la celestiale voce del soprano danese Else Torpe e Girl in Amber, forse entrambe dedicate alla moglie Susie.

Quello che è sottinteso in Skeleton Tree diventa manifesto in One More Time With Feeling, il documentario firmato da Andrew Domink, il regista neozelandese amico di vecchia data. Tra i due perfino una fidanzata in comune, Deanna, celebrata da Nick con un pezzo fiammeggiante su Tender Prey (1988). Nulla è concesso a Cave in questo manifesto terribile, tridimensionale, in bianco e nero, girato tra lo studio dove è stato registrato il disco e la casa di famiglia dell'artista

Brighton, sud della Gran Bretagna, luogo di ferie e tomba della Redenzione. Se il disco suggerisce, nel film il lutto esplode attraverso le parole spezzate, l'imbarazzo, la fragilità di una rockstar che si guarda allo specchio e dice: “Quando mi sono venute queste occhiaie? Quando sono invecchiato così tanto? Sono diventato oggetto di pietà, la gente mi ferma per esprimermi solidarietà. E io non so se piangere, abbracciare, essere maleducato. Non so come sintetizzare quello che ci è accaduto oltre una perfetta banalità. Non so come comportarmi e questo non è da me. Non so raccontare, mi sembra di non essere rispettoso con Arthur. Potrei portare il mio punto di vista, quello di mia moglie, ma non il suo. Capite?”.

Così la stanza del figlio si intravede appena in One More Time With Feeling: un cuscino con il nome del ragazzo scomparso, due skateboard, scarpe da ginnastica. Susie mostra un quadretto disegnato da Arthur quando aveva 5 anni: è la scogliera dove ha trovato la morte. Sussurra a Nick mentre la cinepresa filma impietosa: “Mi sta venendo da piangere”. Lui le tiene la mano, sotto il tavolo. Sembrano due naufraghi, due vite spezzate che cercano di salvare un grande amore, una bella, invidiata, famosa famiglia.

E dunque One More Time With Feeling narra il deragliamento che lascia il vuoto, quella sindrome da superstiti che colpisce chiunque si trovi ad affrontare la catastrofe. Non esistono parabole, non ci sono né Abramo, né Isacco. Nulla brilla. C'è solo la luce agghiacciante di una “stella nera”, per citare Bowie. E fa riflettere che due delle opere rock più attese dell'anno abbiano in comune la desolazione della fine.

Del performer aggressivo, sfacciato è rimasto ben poco. Nick è infastidito dalle domande del regista, incalzanti, ma non sa difendersi. E' spaventato, quasi non trova le parole. E viene da chiedersi perché abbia accettato di dare la propria anima derelitta in pasto al pubblico. Quale catarsi possa provocare una pellicola che sguazza nella sofferenza, si sofferma sugli sguardi devastati dei protagonisti, sulla musica che non consola. Nessuna terapia. Semmai One More Time With Feeling sembra la via tortuosa di un'espiazione rispetto a un divorante senso di colpa “Quando ci siamo distratti? Come è potuto accadere?”, si chiede ad un certo punto Nick Cave. E soprattutto ammette: “Un grande trauma non aiuta il processo creativo, anzi lo affossa, toglie energie, diventa una specie di recinto dentro la testa. Ci ritorni di continuo. La vita non è una storia”

E in questo ha ragione. La vita spesso non è una storia. O almeno non quella che abbiamo sperato di poter raccontare. 

Daniela Amenta
27 settembre 2016, da l'Unità

sabato 23 luglio 2016

Na specie di Gig Robo'

Ad alcuni fortunati  la rivista 8 1/2  dell'istituto Luce/Cinecittà chiede di riscrivere  un film in chiave romanzata.
Questo è il mio. 







Ceccotti Enzo salì sul Colosseo. Dall'alto controllò ancora una volta la città. Nonostante l'aria

gassosa, torbida, carica di polveri sottili e smog, riconobbe ogni cupola, i profili dei monumenti. Il

nitore incandescente, volgare, dell'Altare della Patria, i bagliori verdi del Pantheon, il cerchio dello

stadio Olimpico, perfino la Madonnina d'oro di Montemario vide, e la salutò con rispetto,

facendosi il segno della croce. “Ave o Maria”, mormorò in un imprevisto fremito mistico che quasi

lo commosse. Contò i gabbiani, ma quanti so' pensò Ceccotti Enzo. “Troppi, dovrebbero sta al

mare e invece pure loro hanno invaso 'sta città. Siamo circondati da civiltà nemiche. Qui chi arriva

s'accomoda e a noi de Roma ce tocca de sta' al palo”. Uno degli uccelli, grosso e muscoloso, con il

becco giallo e gli occhi spiritati, iniziò a volteggiargli attorno. Ceccotti Enzò allungò il dito, pensò

che l'avrebbe potuto fulminare con una semplice scarica elettrica, uno dei super poteri che la sorte

gli aveva consegnato dopo un tuffo nel Tevere. E mentre rifletteva se fosse il caso di allontanarlo o

di finirlo, il gabbiano si alzò in volo, prese la mira e gli lasciò un “ricordino” sulla spalla. Poi

scappò via, sghignazzando come un criminale. “Mortacci tua, se te ripresenti te faccio arrosto con

il laser perforante”, urlò Ceccotti, tornato in sé dopo la momentanea parentesi mariana,

L'alba era diventata giorno, intanto. E la luce si era impadronita della città. Il riverbero che saliva

dall'asfalto di via dei Fori Imperiali era così luccicante, e denso, che Enzo si infilò un paio di

occhiali scuri, simil Ray­Ban. Erano, nella realtà, un nuovo prototipo di maschera che potenziava i

raggi gamma e moltiplicava la vista, come se avesse due telescopi al posto delle lenti. Provò a

cercare nello skyline le torri di casa sua, le “towers” di Tor Bella Monaca. Ma nonostante gli sforzi

non le trovò. “Pure la tecnologia alla fine ce molla, non è più quella de un tempo” ragionò con una

punta di amarezza Ceccotti Enzo, detto Jeeg. Si concentrò allora su San Pietro, a un passo

quell'anello tondo, tozzo, con le fondamenta piantate nel fiume: Castel Sant'Angelo. Tentò di

scartabellare tra i files della memoria, ai tempi della scuola media in via dell'Archeologia quando

l'insegnante, la professoressa Bellini Maria, spiegava alla classe la storia di Roma e Roma

sembrava lontanissima, un'altra città, mille chilometri distante da quell'aula scrostata, dai banchi

vecchi, ricoperti di scritte incise coi coltellini. Castel Sant'Angelo era forse stata una prigione?

C'era un fosso con i coccodrilli? I detenuti morivano di fame in segrete buie e terribili circondati da

topi e pipistrelli? E quelli che sopravvivevano agli stenti finivano sotto la scure di Mastro Titta

mentre il pubblico applaudiva? “Me sa de sì” sussurrò Jeeg Ceccotti. E penso anche che la città

che si allargava come un tumore maligno sotto le sue scarpe di camoscio era sempre stata feroce.

Cattiva e dura. E implacabile con i deboli, con chi come lui avrebbe voluto studiare, che a scuola

andava pure bene, ma non c'erano soldi a casa, non c'erano sogni. E suo padre era stato chiaro:

“Trovate un lavoro, che qui semo in sette. E io non ce la faccio a sfama' tutti”. E a 15 anni aveva

iniziato a lavare tazzine al bar, poi allo sportello della Sala Corse, poi ragazzo di fatica allo

smorzo, poi pure qualche scippo col motorino truccato, tanto per arrotondare. E i guai con le

guardie, i tre gradini di Regina Coeli percorsi avanti e indietro più volte.

Socchiuse gli occhi a fessura e inquadrò il carcere sul Lungotevere. Chissà se là dentro c'erano

ancora gli amici della banda del Raccordo, quelli delle corse illegali a 200 all'ora puntando sul

primo che si schiantava... “D'altra parte – si disse – sto proprio sul Colosseo, chissà quanto sangue

hanno visto 'ste pietre, quanti lamenti, quanta morte”. Provò uno struggimento grande Ceccotti

Enzo, una sensazione di vuoto allo stomaco che pensò fosse fame e che invece era pietà. Pietas,

anzi.

I rumori della città, ora, erano diventati assordanti anche da lassù. “Stò 'n missione, 'a bbelli, ve

devo da sarvà”, urlò a un gruppo di disperati in attesa di un autobus da almeno mezzora davanti

alla fermata della metro B. Quelli non lo sentirono, ma lui provò una vaga soddisfazione ad

ufficializzare il compito che il destino gli aveva affidato. Srotolò uno striscione, urlò ancora. Urlò

forte: “Ve sarverò”, ma nulla. Nessuno alzava la testa verso il cielo. Lui, detto Jeeg, invece

c'aveva dimestichezza con le altezze, col firmamento. Avrebbe voluto fare l'astronauta, ma quando

era diventato gruista gli era sembrato un mestiere quasi simile, fichissimo. Dall'alto pensava

meglio. Pensava bene, cose belle pensava. Aveva pensato che basta coi furtarelli, testa a posto e

pedalare. Salire, salire, farcela. Sposarsi con Alessia, comprarle un abito da nozze azzurro, da

principessa, portarla in luna di miele a Disneyland, Parigi, a vedere da vicino il padiglione Manga,

quello con i Jeeg Robot veri, d'acciaio splendente, toccare le armature di Mechadon 1 e 2, salire

sulla navicella Big Shooter. Pensava a quanto si sarebbero divertiti, quanti baci, quanta allegria. E

invece, mannaggia alla miseria, l'avevano licenziato perché s'erano scoperte gravi irregolarità nel

cantiere. E tutto aveva iniziato a girare storto. Tutto. E non valeva la pena neppure sgolarsi,

strillare, chiedere perché. Nessuno lo ascoltava, nessuno sentiva, proprio come quegli stronzi alla

fermata.

Si sdraiò triste. Allungò la schiena sulle pietre del Colosseo, gambe penzoloni. S'appisolò, forse.

Lo svegliò il suono di una sirena, un suono fastidioso e vicinissimo. Mise a fuoco la situazione con

i suoi occhi a raggi gamma. Sotto di lui ora c'erano almeno tre Volanti, un'ambulanza e un camion

dei pompieri che stava issando una scala lunga, infinita. C'era un uomo con un megafono, anche.

“Ceccotti Enzo, non fare cazzate, scendi”, disse l'uomo.

Jeeg non si mosse. Impietrito. “Ma che ho fatto ora? Ma che sono venuti ad arrestarmi st'infami?

Sono forse i maledetti soldati dell'imperatore?”, pensò col cuore che andava a tremila nel petto.

“Ceccotti Enzo – ripetè l'uomo che ora stava iniziando a salire sulla scala – scendi, ti prego. Qui ci

sono i tuoi amici, la tua famiglia. Siamo tutti in pena per te”.

Provò a parlare, Jeeg. Aveva la bocca asciutta e i pensieri gli rimanevo in testa. Avrebbe voluto

dire: “Io sto in pena per voi, devo salvarvi, sto in missione. Non vi rendete conto che il mondo sta

andando a rotoli, che le civiltà nemiche sono a un passo?”.

L'uomo passò il megafono a un'altra persona, un puntino sotto il Colosseo. Il puntino urlò: “Io solo

una cosa voglio sape' , ma come cazzo sei arrivato là sopra? “. Riconobbe la voce del suo amico

Zingaro. Sorrise Jeeg. Altro passaggio di megafono. “Amore mio, nun è il giorno de' e' tenebre,

nun fa macelli, daje, vieni giù”. Era Alessia, adesso. Ceccotti Enzo s'intenerì, le mandò un bacio

con la punta delle dita.

L'uomo intanto era salito sulla scala dei pompieri. Gradino dopo gradino. Era quasi a un metro da

lui. Ormai.

“Enzo, sono l'ispettore Marinetti – disse scandendo bene le parole – Ora tu scendi con me, è

chiaro. Basta fa er matto, chiaro?”

Jeeg rimase in silenzio. Avrebbe voluto spiegargli che voleva tornare sulla gru, sentire il vento in

faccia, provare la vertigine di un lavoro vero, uno stipendio vero. La vertigine del futuro con

Alessia e pure con lo Zingaro testimone di nozze. Pranzo al Frustone, lungo l'Aniene, e i confetti, e

le bomboniere, e una festa perfetta, e tutto bello e preciso come in un film di quelli che non fanno

piangere.

“Me lo trovate un altro lavoro, ispetto'? Me date la parola d'onore che me trovate un altro lavoro?

Non bastano manco i super poteri per averne uno. Ma le pare giusto? Le pare una cosa normale?

Io vi consegno pure i guanti in maglio e doppio maglio. Però voglio la parola d'onore. Sennò

m'alzo in volo e arrivederci Roma”, disse tutto d'un fiato Ceccotti detto Jeeg.

Sotto al Colosseo si era formato un capannello di gente. I pompieri avevano allargato un telo

immenso. D'incanto si era fermato il traffico. Ferme le macchine, gli autobus, ferma la città. L'aria

si era fermata.

Quando Enzo Ceccotti posò il piede sull'asfalto ruvido si alzò un applauso commosso. Alessia gli

corse tra le braccia, ridendo e piangendo. Lo Zingaro gli rifilò una pacca sulla spalla commentando

a suo modo: “Io solo una cosa voglio sape', ma come cazzo fai a esse tanto scemo?”. C'era anche

una troupe televisiva, la giornalista gli infilò un microfono sotto il naso. “Signor Ceccotti, ma in

che senso voleva salvare la città? Di che missione parlava?”.

E fu a quel punto che Enzo detto Jeeg srotolò lo striscione che aveva staccato dal Colosseo e

adesso teneva sotto il braccio. Lo srotolò sorridendo.

C'era scritto: “La vita è un'emozione da poco”.

© Daniela Amenta, estate 2016


(potete prendere ma solo per intero, citando autore e fonte)

giovedì 24 luglio 2014

Il rock è morto (bisogna inventarsi qualcos'altro). In memoria di Freak Antoni

Il 12 febbraio 2014 è morto Freak Antoni, cantante e paroliere degli Skiantos, "maestro" del "rock demenziale", bolognese. Ucciso da una grave malattia, aveva 59 anni





Permettete che per salutare Freak Antoni io parta da un ricordo personale. Un concerto organizzato a Roma nel lontano 1986, una rassegna di “Rock demenziale” all'Uonna Club con gli Skiantos, Lino e i Mistoterital, Sandro Oliva, i Sentinels. All'epoca non c'erano cellulari, non esisteva Internet. Si comunicava con il vecchio telefono. Roberto Antoni, detto Freak, aveva il mio numero di casa e spesso a quel numero rispondeva mia madre. Non so come, ma tra lui e mamma si instaurò una specie di rapporto a distanza, anche dopo lo show. Freak telefonava con il suo accento bolognese e chiedeva: “Ma oggi che cucina signora?”. E stavano lì a parlare tranquilli di pelati e spezzatino. 

Freak Antoni era un demonio sul palco, un provocatore, forse il più grande punk d'Italia. Eppure nella realtà era un uomo timidissimo e gentile che domava i suoi demoni correndo sul filo teso del paradosso. Una vita tra draghi e droghe, vita irriducibile e scatenata. Ci lascia a 59 anni, nato sotto il segno dell'ariete il 16 aprile nel 1954. Ci lascia il grande sognatore, il contraltare in musica di Andrea Pazienza, la voce graffiante e i versi al cianuro. 

Inventò il rock demenziale, ovvero l'unico stile autoctono, originale mai partorito in questo Paese. Inventò una grammatica sonora, cantando rime baciate e apparentemente assurde in italiano, lanciando invettive fulminanti, raccontando il mondo velocissimo e confuso dei ragazzi del '77. Ai concerti insultava i fan, la folla. Resta scolpito quel pezzo, manifesto d'intenti, “Fate largo all'avanguardia” che nella strofa successiva recita: “Siete un pubblico di merda, applaudite per inerzia. L’avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, l’avanguardia è molto dura e per questo fa paura”. 

A Bologna, nel 1979, per il primo immenso summit del movimento, gli Skiantos portarono sul palco del Palasport un frigo e invece di suonare iniziarono a cucinare gli spaghetti. Accadde di tutto, volò di tutto. “L'apice o il fondo della provocazione. Una questione di punti di vista”, ebbe a dire Freak anni dopo. Era un ragazzo del Dams, Roberto. Che con Dandy Bestia e il resto della mutevolissima banda prendeva in giro sia gli autonomi che i karabigneri, le frasi fatte, la “para dura”, le sbarbine, il kinotto (“la bibita del teppista morbido”), l'eptadone. 

Gli Skiantos cominciarono con una cassetta, furono notati prima da Oderso Rubini e poi dalla Cramps, incisero dischi incredibili, dischi totem fino almeno al 1987, l'anno di “Non c'è gusto in Italia a essere intelligenti” che è anche il titolo di uno dei nove libri scritti da Freak. Un altro da segnalare è proprio “Stagioni del rock demenziale”, piccola bibbia surreale e dadaista per dire che poiché “il rock è morto bisogna inventarsi qualcos'altro”. Folle, esilarante, indispensabile. 

Il gruppo ebbe alterne fortune. Sciolti cento volte, poi daccapo assieme. Nel tempo anche il graffio, la “stravoltura continua” persero mordente. Freak si inventò mille esistenze parallele, in una fu Beppe Starnazza con i Vortici (con lui Tommaso Vittorini, Pasquale Minieri, Lele Marchitelli), band specializzata in swing-punk e nella rilettura scalmanata dei classici di Natalino Otto e Fred Buscaglione. 

Oggi ci lascia un piccolo genio. Quello che spiegava che la vita è una e tanto vale “pestare duro/suonare energico, stimolante/fare testi semplici con rime baciate/ritmi immediati che dicono tutto e non devi decifrare-capire-interpretare con atteggiamento critico. Bisogna chiarire subito quello che si vuole: io voglio godere e non soffrire”. Ci lascia Freak, che ha mandato al diavolo l'insopportabile mondo del buon senso, convinto che una risata avrebbe distrutto tutti i kattivi, tutti, nessuno escluso. 

Daniela Amenta (l'Unità, 13 febbraio 2014)

sabato 15 marzo 2014

L'uomo col pugno chiuso



Questa intervista è frutto di invenzione. Tuttavia le informazioni che contiene sono state assunte da articoli pubblicati e vere interviste, libri e citazioni provate.

Questa intervista inventata parte da un assunto. 
"Il suo corpo è architettura in movimento" (Neil Allen)



Come posso chiamarla? Tommie? mister Smith? The Jet?
Mi chiami coach. Coach Smith va benissimo.

Coach di cosa? 
Insegno ai bianchi a dimagrire. Qui, al Santa Monica college. Una palestraccia. op, op, salta, tira su quel culo, forza, issa. Ecco li alleno a smaltire chili di hamburger. Lo sa che una dieta di junk food in dieci giorni può spappolarle il fegato? Per non dire del colesterolo.

Corre ancora, coach?
Tutte le mattine per prendere l'autobus, non possiedo automobili. I miei allievi si stupiscono. Dicono: ma se era così famoso, coach, perché non è riuscito ad acquistare almeno un Mercedes usato? Così corro, non riuscirei più a a tagliare i 200 in 19 secondi e 83. Ma mi arrangio (ride)

Appunto, come mai? Come mai costretto a vender il poster di Messico 68 autografato per 90 dollari? Non le sembra di mercificare sé stesso, il suo gesto?
Non mercifico nulla. Mi riapproprio di un pezzo della mia storia e fotto il business. Ho tre figli da mantenere. La vita in Texas è faticosa,  questo è un Paese ricco. Costa tutto il doppio.

Se non sbaglio ha un master in sociologia. Ha mai pensato di  insegnare?
Io sì. Però dovrebbe rivolgere la domanda alle università americane.

Vuol dire che lo Stato dell'Unione non lo hai mai perdonato?
L'unico regalo che ho ricevuto, in questi anni,  è stato evitare il servizio in Vietnam. I miei compagni non ritornarono da quella sporca guerra. Tutta la mia pattuglia fu sterminata. Mi salvai per indegnità. Forse oggi qualcuno ne riderebbe, allora fu come essere una bestia marchiata col fuoco.

Anche la sua famiglia ricevette minacce ed insulti. 
Mia madre Dora per mesi fu additata come una spia. Morì di crepacuore. Mio padre capì. Aveva un'altra consapevolezza. Sapeva che di notte studiavo, leggevo la Bibbia e di giorno lavoravo e correvo. Non ero una testa matta, sapeva che avevo ragione. Furono scritte molte stronzate dopo quel giorno. Si disse che in realtà ero un fornicatore e un improbo, che avevo fatto quello che avevo fatto per rimorchiare le donne. Solita retorica sui negri che fottono. In realtà  la ragazza cacciata dal villaggio olimpico con me era mia moglie Denise. Era incinta. Mi aveva raggiunto per portarmi il guanto delle Panthers. Dissero che ci avevano pagato i comunisti dell' Unione Sovietica. Mi furono requisiti i discorsi di Jefferson, la costituzione americana e una foto di Martin Luther King. Materiale sovversivo

Sente ancora John Carlos?
Talvolta. L'ultima è stata per i funerali di Peter. Chiedemmo alla famiglia di poter portare la sua bara. Fummo accontentati. Per noi è stato un grande onore, abbiamo pagato un debito di cuore necessario.

Peter Norman, giusto?
Chi altri? Fu sua l'idea di dividerci un guanto a testa tra me e John. Fu lui a indossare lo stemma dell'Olympic Project For Human Rights. Arrivò secondo, medaglia d'argento. Per favore lo scriva perché in questo mondo di ipocriti smemorati c'è chi ha tentato di togliergli pure quel trofeo. Venti secondi ci mise, era il bianco più veloce che avessi mai visto. Pagò la solidarietà alla nostra causa per ogni giorno della sua vita in terra. Boicottato, cancellato, insultato. Solo dopo la sua morte l'Australia istituì il Peter Norman Day, cade il 9 ottobre, il giorno in cui se ne andò. Una modesta trovata per lavarsi la coscienza. Ciao Pete, ciao fratello, sappi che prego per te. (si commuove).

So che lei ha una persona speciale in Italia. Una persona alla quale tiene. 
E' mio figlioccio. Si chiama Andrew Howe Besozzi. Sono stato accanto alla mamma, Renee Felton, quando fu colpita da una malattia all'intestino. Una gran donna. E il ragazzo è bravo, è forte.

Lo chiamano il figlio del vento.
Come Carl Lewis, che retorica da quattro soldi.

Eppure parliamo di Lewis, l'uomo che disse che pur di non votare Bush si sarebbe fatto decapitare.
Meglio tardi che mai. Ha corso per loro, da bravo negro schiavo. Esattamente come Jesse Owens. Ha goduto dei loro privilegi.

In Messico la polizia uccise 600 studenti. Un particolare quasi trascurato dai media che ripropongono la storia delle olimpiadi. 
Fu una carneficina. Ricordo che nonostante ci fossero centinaia di giornalisti, furono in pochi a sottolineare l'orrore. C'era però  una brava cronista italiana. Fallaci mi sembra si chiamasse. Scrisse senza peli sulla lingua.

Ascolta musica?
Sì, certo. Anche qui in palestra per far dimagrire i ciccioni. Miles, Hendrix. Il mio preferito rimane Fela Kuti. Lo scriva pure.

Coach, lo rifarebbe? Dico quel pugno, la testa china durante l'inno?
Figliola, lo faccio tutti i giorni.

Daniela Amenta, 2002

mercoledì 5 marzo 2014

Dirty old town



Quando shane arrivò a roma, roma era in stato di grazia. era di primavera, era un cielo da cartolina con dei ritocchi blu cobalto da sembrare finti. uno scenario posticcio salutò l'arrivo di shane, garrincha del rock. era sbilenco e magro, con pelle chiarissima. la prima cosa che chiese fu un bicchierino. poi i bicchierini diventarono 3, 5, 100.

io facevo l'ufficio stampa del concerto che i Pogues avrebbero dovuto tenere al Tendaastrisce, città di Roma, non c'era nessuno ad  accoglierlo della casa discografica. lo accolsi io. mi consegnarono una valigia col cambio, hotel piazzale clodio. io con la valigia, lui con una bottiglia di gin nascosta in una busta di plastica.

uno che bevesse così tanto, appena sveglio, non l'avevo mai visto. uno che bevesse così di tutto. uno che non s'accontentasse del crepuscolo in testa che ti lascia una sbronza, il giorno dopo, ma avesse il bisogno di riaccendere di continuo gli special dell'ebrezza. gli tremavano queste mani bianche, come vestite da dei guantini di mohair con i pois delle lentiggini.

ma era un signore, shane. timido anche, divorato dentro da un'onda di tragedia apparentemente incomprensibile. incomprensibile perché aveva occhi di foglia, orecchie di Dumbo,  e quando cantava, col suo aspetto storto di garrincha-uccellino, c'era di che commuoversi.

si sporcò senza accorgersene, si fece la pipì addosso,  un macchia grande e poi se ne vergognò a lungo. e chiese scusa in diverse lingue. eravamo in un corridoio della rai, in via teleuda, c'era un programma tv e lui avrebbe dovuto eseguire un pezzo in playback. era tardi, ed entrammo nello studio che aveva dei puff e dei divani per ricreare un ambiente moderno e accogliente. il regista lo insultò, gli disse "piscione", shane capì perfettamente e arrrossì.  andai a cercargli il paio di pantaloni puliti nella valigia che mi avevano consegnato all'albergo di piazzale clodio.

il regista urlava di brutto, che era tardi, e che modi, e chi schifo portate a suonare, che gentaglia. shane sorrideva al pubblico-claque modernamente sdraiato sui puff. ecco i pantaloni puliti, signor regista. intanto shane si era procurato una bottiglia di fontana candida, non so come, forse alla mensa rai. il regista perse il controllo, disse al microfono (noi sentivamo la voce dall'alto, senza poterlo guardare in faccia. il regista era dio in persona, insomma), disse così: "fate sparire quella fottuta bottiglia e rassettate sto pezzente". E che cos'è il genio, cos'è la trovata, cos'è l'improvvisazione? Mentre partivano i titoli d'apertura del programma e il regista era fuori di sé, shane si calò i pantaloni sporchi e caldi di pipì davanti alle telecamere, mostrò un culo di pesca. Nel frattempo che dio impazziva e i tecnici applaudivano, si infilò quelli puliti e fece un balletto come fred astaire, sorrise felice e sdentatato  poi nascose la boccia in uno zainetto. e attaccò a cantare, niente basi, solo la sua voce.

Questa fece, 

I met my love by the gas works wall
Dreamed a dream by the old canal
I kissed my girl by the factory wall
Dirty old town
Dirty old town


Fu la rivolta del popolo degli abissi.  l'accogliente pubblico si spellò le mani, tremarono i puff e dio si vergognò  di essere stato maleducato e disonesto con il ragazzo senza denti.

Daniela Amenta

domenica 16 febbraio 2014

Mi chiamerò ericdolphy










mi chiamerò ericdolphy. suonerò tutto. sarò gentile con le persone più grandi ma anche rigorosissima con chi cerca di approfittarsi di me. avrò come amico solo charlie mingus, peggio di un bastardo, che a suo modo mi vuole un gran bene. 
sarò ericdolphy, pronta a raccontare le mie cose favorite con il vecchio coltrane, e cadenzare di flauti l'aria quando si fa troppo secca o troppo umida. sarò come un angelo caduto sulla terra per poco, citerò melville, berrò laphroaig invecchiato 10 anni che sa di terra e torba.
non farò il tifo per nessuna squadra ma guarderò volentieri il gioco del pallone. il calcio non avrò per me il pathos che voialtri gli attribuite. sarà solo uno schema magnifico con note sorprendenti che, a volte, si intersecano come toni sulla partitura.

il mio preferito sarà lev yashin perché anche io sono un gatto nero e un portiere. paro stoccate e indifferenza, pianissimi e altissimi con la stessa tuta scura, mai una grinza di troppo.

mi chiamerò ericdolphy, leggerò i classici della letteratura russa e alcuni voluminosi tomi d'america, avrò una coppia di felini sempre al mio fianco: il maestro e margherita. mai più nascerò il primo aprile. troppo facile ricordarlo.

provate a rammentarvi solo il mio nome, allora. sono ericdolphy e attraverso gli spartiti come un uccello. l'altro bird.

sono l'altro bird e volo alto

daniela amenta

giovedì 13 febbraio 2014

Cose per San Valentino

Questo piccolo racconto fu scritto a Cagliari nel 2004 per Natale Acido, convention di penne in libertà per sopportare la retorica delle feste. Tuttavia ancora oggi, a ridosso di San Valentino,  resta squisitamente pertinente. 





La tavola in rosso, amore. Per due. E i calici di cristallo, le porcellane chiare, fragili come meringhe, amore.
E la musica giusta. La nostra canzone. Quella dei Waterboys, quella che dice: and you, you in my arms. E tu, tu nelle mie braccia. E le candele che ti piacciono, la luce morbida. Il dorato. Il dorato delle tue labbra, dei tuoi occhi, quegli screzi d'autunno nelle tue pupille, tra le ciglia. I tuoi occhi di foglia, di paglia. Lascio che muoia in me il desiderio dei tuoi occhi.

Il nostro natale, amore. Sono in piedi da due giorni, non ci dormo. Deve essere tutto perfetto. Io, finalmente, io finalmente sarò perfetta. Sarò come mi vuoi, come pretendi. Bellissima. Perfetta. Perfetta come te. Come le tue braccia chiare, come i muscoli che tirano la pelle, i muscoli che circondano le vene, il bianco sul blu, sul verde delle arterie sottili..

Il pranzo, amore. Da due giorni cucino, notte e giorno. Il ripieno dei tortellini, il macinato con le spezie. La cannella, i filetti d'arancia, i chiodi di garofano. Il brodo nella zuppiera francese, quella bianca come le tue braccia di burro e marmo. Il brodo schiumato, leggerissimo, aereo, senza neppure un filo di grasso. Vuoi sapere, vuoi sapere come si fa? L'acqua deve bollire, e bollire, e bollire. Il trito di sedano e carote confondersi nel fondo, colorare appena, come uno schizzo di tramonto sull'ultimo raggio, oltre, laggiù. nell'orizzonte. Uno schizzo, un suono, la nostra canzone.
T'annoio, amore? T'annoio lo so. Vorrei essere perfetta e sopportare questo silenzio, questo peso che ho in gola. E ridere come ridevo quando ballavamo.
Amore, il brodo. Deve bollire e bollire. E le carni restringersi, ma restare intatte, squadrate, cubi. Le carni calde, guarnite con le salse. E la senape di Inghilterra, le mostarde. Fatte da me per te, con il mosto, la frutta fresca.

Non ci dormo da due notti. Ho i capelli in disordine, il vestito macchiato.
Pensavo, speravo, pensavo amore che sarebbe bastato saziarti, curarti, cullarti. Poteva bastare, e io che c'entro? Nulla. Io sono il latore della presente, il servo, la vestale. Io ti consegno la perfezione dei cibi col vestito macchiato, le calze smagliate. Ma preparo tavole magnifiche, conservo case supreme, mescolo mostarde. Ti amo per procura, perché non sono all'altezza. Ti amo lasciando che il brodo continui a bollire.
Non ho mai freddo quando cucino, mai. Mi scalda l'idea della tua bocca che s'apre, la lingua che gusta, tu che finalmente sorridi e sei mio. Il vino, amore. Il vino lasciamolo decantare. Un Luzzana. Il tuo preferito. Con quel viola che tinge il cristallo, mi tinge le mani. Ho le mani in disordine. I capelli in disordine. Il vestito macchiato
Sarà n natale perfetto, amore. Ti prego, ti prego non te ne andare. Questo natale e poi basta. Caro Gesù Bambino ti prego, lasciamelo per questo Natale, questo e basta. L'ultimo Natale. Ti prego. Vi prego.Un altro natale e basta.
Amore, mettiamoci a tavola. Vieni. Siedi. Il tovagliolo di lino.
Vieni. Assaggia. E' il brodo più buono del mondo, così leggero che sembra aria. Sembra di mangiare le nuvole.
Amore, prendine ancora. Ancora del bollito. Un altro po'. Ti servo io, io che sono la tua serva.

Affonda il coltello nella carne.
Amore, il tuo sapore. Una delizia. Taglio il tuo braccio in 16 porzioni esatte, le ricopro di mostarda di frutta. Il tuo occhio lo lascio per dessert. I tuoi occhi di foglia per brindare al prossimo autunno.

La canzone. Com'è che fa la canzone? Tu nelle mie braccia. Le tue braccia nel piatto buono di portata.
Daniela Amenta
(immagine da DeviantArt)