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lunedì 23 dicembre 2019

La stella nera di Bowie



C'è sempre stata una componente spaziale, ultraterrena, una spinta verso l'infinito a contraddistinguere l'arte complessa di David Bowie. Dagli esordi a oggi la grammatica, l'ispirazione/aspirazione del musicista londinese sono cadenzate da uno sguardo ipermetrope che si perde nelle galassie. Nulla di squisitamente mistico, semmai la cosmogonia di Bowie si concentra proprio sulle origini dell'universo e finisce per trovare l'alto dove c'è il basso, e viceversa, in un processo quasi alchemico. Dal Maggiore Tom di Space Oddity a Ziggy Stardust, da Starman a Life on Mars fino a Loving The Alien. The Stars (Are Out Tonight), Dancing Out In Space, Bowie è davvero  l'uomo che cadde sulla Terra arrivando da un altro pianeta. Che è il suo, la bizzarra galassia David. Un'isola astrale dove convivono le tante passioni collezionate, amplificate, estremizzate da uno dei personaggi più versatili e mercuriali dello show business, rockstar che ha usato la musica per attraversare il Novecento, un pezzo di Terzo Millennio e probabilmente raggiungere l'eternità. Artista vero e in quanto tale capace di intuire mode e modi, anticiparli, un passo avanti a scrutare le infinite distanze.
L'album numero 27 della discografia ufficiale in studio e che uscirà l'8 gennaio, giorno del suo compleanno, ha per titolo un simbolo, una piccola stella nera. Si pronuncia Blackstar, segue il solco cosmico, ma questa volta nel cielo di Bowie c'è un astro che non brilla ma fotografa con un'aura inquieta le miserie umane, l'Apocalisse prossima ventura, il rattrappito incedere di un mondo avido e terribile. Nessuna consolazione nel cercare il firmamento, nessuna pace in terra. L'alto e il basso coincidono ma fanno paura. Il disco, sette pezzi in totale, si apre con la title-track lunga 10 minuti, che sembra il frutto di due composizioni incollate. Una iniziale che ritorna a loop nel finale, l'altra che è parte della struttura centrale. Brano complesso e spiazzante, echi dei Van Der Graaf, un senso di compressione generale. Non è casuale che Bowie apra le danze con una “non canzone”, che richiede ascolto, concentrazione, pensieri fuori dagli stereotipi. Perché Blackstar è così, un'opera magniloquente, ventriloqua, mirabilmente suonata. Accanto a sé l'artista ha voluto una band di jazzisti, tra i migliori del circuito americano. Jazzisti al servizio di un disco rock futuribile con rimandi a Mingus e Coleman, dove il sassofono e la voce sono gli elementi che più emergono nel magma sonico. 
Il sax di Coltrane
Anche questo non è accidentale e segna un ritorno alle origini: il sax è stato il primo strumento dell'uomo che cadde sulla Terra, il suo insegnante fu Ronnie Ross (è il baritono di Walk on The Wild Side di Lou Reed) e a più riprese David ha dichiarato: “Quando ero ragazzo non riuscivo a decidere cosa volessi essere, se una rockstar o John Coltrane”.
In Blackstar chiude i conti e veste i panni sia di Coltrane che della rockstar. Con lui a produrre l'amico di sempre, Tony Visconti, e poi Donny McCaslin al sax, il chitarrista Ben Monder, il fantasmagorico batterista Mark Giuliana e alle tastiere Tim Levebvre e Jason Linder, musicisti di altissima fattura alla corte di Maria Schneider, compositrice e direttrice di orchestra, spirito guida del precedente The Next Day (2013), il disco che ha rotto un silenzio durato 10 anni. E, soprattutto, dell'outtake Sue (Or In A Season Of Crime), murder ballad che spunta all'improvviso in Nothing Has Changed, monumentale antologia pubblicata nel 2014. Proprio questo brano con 'Tis A Pity She Was A Whore, altra demo track fortuita, trovano composito sviluppo in Blackstar. Un mix di drum'n'bass tiratissimo, chitarre spettrali, rumorismo al calor bianco, echi metal, jazz non solo in quanto suono ma come articolata formula compositiva.
Bowie stupisce ancora una volta, proprio lui che non ha mai smesso e ogni volta alza l'asticella della meraviglia a scardinare ogni previsione. Lui, figlio della guerra e di un soldato tornato dal fronte che scelse di fare il macellaio per dare un tetto alla famiglia. Lui, paradosso del rock'n'roll, che ha dragato il prog, le ballate, il funk, il glam più spinto, l'epopea del trash, l'elettronica glaciale, la new wave, il jazz colto, a quasi 70 anni si permette il lusso di spostare non solo il baricentro della sua musica, ma anche il telescopio. Dall'osservatorio di New York, dove abita da tempo, spegne la luce del cosmo. E accende i riflettori sullo stato del pianeta.
Lazzaro non risorge
In Blackstar si aggirano uomini ciechi in cerca di segni e la resurrezione è affidata a Lazarus, il vero singolo di un album teso, sfaccettato, tanto bello quanto arduo, arduo come una risalita. Lazarus che è anche una pièce teatrale diretta da Ivo Van Hove ispirata proprio a The Man Who Sold The World. Tutto torna in questo immenso gioco di citazioni e rimandi: il passato e il futuro, l'alto e il basso che coincidono. Così a sorpresa arrivano Girl Loves Me, marcia sincopata dalle movenze sinfoniche, e soprattutto due ballate lussuose - Dollar Days e I Can't Give Everything Away -, con sassofono, piano e voce che si intersecano a indicarci una possibile via di fuga, una luce oltre il tunnel della stella nera. Finale arioso come un miracolo. Un lavoro biblico, dove la rinascita è accompagnata alla pietas, alla misericordia, ai segni che pulsano nel cielo.
L'elemento profetico è una vecchia storia, ciclica, nell'opera di Bowie. Anche lo Ziggy Stardust del disco (uscito nel 1972) non è esattamente un extraterrestre. Bowie lo ribadì nel lontano 1974, incontrando il poeta tossico della Beat Generation, William Burroughs, una intervista incrociata sui destini dell'uomo e la ricerca dell'altro fuori dalla propria dimensione. E infatti Ziggy a detta di Bowie, è un uomo in carne ed ossa che entra in contatto con l'altro mondo casualmente, attraverso le onde radio, e stabilisce relazioni con energie sconosciute (gli “infiniti”) scambiando i messaggi che arrivano via etere per rivelazioni spirituali e assumendo un ruolo messianico. La distruzione della Terra è prossima, solo 5 anni, Five Years, poi conteremo le macerie. Ne sono passati quasi 40 da allora. Ci siamo ancora ma Bowie non ha mai smesso di prevedere. E il futuro, di certo, lo inquieta.
Le Metamorfosi
Catastrofi, alieni, soprattutto miracoli. Di questi ultimi è costellata l'ascesa con rare cadute di Bowie, un occhio blu e un occhio marrone, l'ermafrodita perfetto, soprattutto l'artista globale, colui che ha intuito dove girasse il vento sempre un minuto prima. Un marziano anche di genere, un mutante in continua e imprevedibile metamorfosi.
Il picco di una carriera entrata nella Storia e che ha segnato mezzo secolo arriva nel 1975. Solo un anno prima è Halloween Jack, benda da pirata sull'occhio, zazzera cotonata color carota, stivali con la para. D'improvviso, in pieno punk, si spunta i capelli, indossa giacche dal taglio dritto, camicie rigorose. Nel 1976 esce Station To Station, ancora una volta c'è di mezzo una radio ma i segnali che capta arrivano dall'Europa. Bowie diventa “the Thin White Duke” e intuisce che Berlino è, in quel tempo, la capitale del disagio e della massima creatività. Alla città del Muro dedica una trilogia superba in compagnia di artisti come Brian Eno e Robert Fripp dei King Crimson. In un'intervista dichiara: “C’era questa atmosfera particolare, che ho scoperto in seguito essere simile a quella di New York. Qui ho capito, per esempio, quanto fosse importante per me scrivere”.

E scrive, in effetti. Scrive, ad esempio, Heroes, canzone culto. Si invaghisce del kraut-rock e in chiave spirituale ritrova le evocazioni dei Tangerine Dream. Prevede anche la possibilità di salvare Iggy Pop: ne sarà il mentore, il produttore e l'ancora. Forte di una credibilità teutonica e titanica affronta gli anni Ottanta con uno dei simboli del decennio: Scary Monsters, capolavoro di lungimiranza, pura adrenalina, riff immortali. Disco di una bellezza, un'attualità, una forza che a tutt'oggi fanno girar la testa. In Ashes To Ashes, uno dei cavalli di battaglia, ritorna il Maggiore Tom di Space Oddity, liquidato come un tossico. L'Odissea, insomma, era una questione privata, non la realtà. Un cerchio che si chiude, un altro che si apre nel 1983 con Let's Dance. Anche in questo caso Bowie si fa segno, simbolo e sostanza dello Zeitgeist: siamo in pieno riflusso e la gente ha voglia di ballare, ha voglia di giri di basso, soprattutto ha voglie. Lui è platino e abiti rossi, sorriso tecnico,, tutto va bene, la Terra non verrà distrutta da noi alieni. Danziamo,  ragazzi.

Passa un decennio, molti alti in termini commerciali, qualche basso concettuale, fino al 1995. Esce in quell'anno uno dei dischi più mirabili e importanti dell'intera carriera di Bowie: è 1.Outside. David ritrova Eno ma soprattutto negli anni dell'avanzata del grunge ritrova sé stesso, lo shining e dà vita a un concept album incredibile, strabiliante, dove narra le avventure dell'investigatore Nathan Adler alle prese con omicidi artistici-seriali. L'atmosfera è a metà tra Twin Peaks, i thriller di Jeffery Deaver e True Detective. Aria tesa, stelle nere. La stessa che vent'anni dopo risuona prima in The Next Day e poi riempie Blackstar come una premonizione. Nulla più da indagare, solo la consapevolezza disperatissima che la luce buia ha interrotto i collegamenti con gli altri e l'altro da sé, solo la certezza furibonda che vaghiamo come ciechi in cerca, almeno, delle nostre mani mentre la stella cometa brilla a intermittenza ed è quasi Natale.

Daniela Amenta
23 dicembre 2015



venerdì 6 gennaio 2017

Ossigeno

Massimiliano Di Loreto- Nicola Alesini
Ossigeno
(Helikonia)


“Guardate l'idrogeno tacere nel mare, guardate l'ossigeno al suo fianco dormire”.
(Fabrizio De André, 1971)


Questa è una storia di respiri che si intrecciano, di suoni che respirano e si mescolano. Di mondi che coabitano, ferite che si rimarginano, pensieri che si fanno aria. E musica che si fa ossigeno per le anime. Questa è la storia di un'amicizia in musica tra Massimiliano Di Loreto e Nicola Alesini, polistrumentisti e compositori. Una storia iniziata con Hang Camera, proseguita con Pollock Project e che con questo album, Ossigeno appunto, traccia le linee di un triangolo perfetto. Dentro c'è jazz, improvvisazione, world music e ambient. Etichette, semplici etichette per tentare di descrivere un'opera tanto minimale, quanto intensa. E lirica, bella. Bellissima.

Ci sono molti battiti in Ossigeno. Di cuori e di percussioni acustiche ed elettroniche. Ci sono le pelli di una batteria che in un brano come Framedra, ad esempio, sembrano trasportarci in un'Africa selvaggia, pura, integra, magniloquente e feroce. Ci sono battiti e soffi, c'è l'aria delle ance: sax tenore, soprano ricurvo e soprattutto un clarinetto basso, che va, viene, scende ogni scala tonale, torna spesso, dà timbro e profondità ma coabita perfettamente con il resto degli strumenti usati: una chitarra elettrica, un phon, M'bira, rumori d'ambiente, forse farfalle che si posano qui e là.

Diciannove pezzi, all'apparenza, che spesso inganna. E quindi oltre il verosimile Ossigeno risuona e riluce, spiazza. E' un gioco di contrasti dove le dissomiglianze tra i musicisti diventano terreno solo di confronto, mai di disparità. Come se Di Loreto e Alesini suonassero l'uno nello specchio dell'altro, rincorrendosi, fermandosi assieme, passi in sincrono.

Ossigeno dunque. E bussole in tasca. Ciò che serve ai viaggiatori per mettersi in cammino. Dall'India di Ganesha al Medioriente di Interno con stupore, da Tenda Rossa dove sembra si rievochino gli spiriti potenti degli indiani d'America al tribalismo inquieto di Scavando, dalla ninna nanna antica ed evocativa di Cullami Ancora fino alla celebrazione obliqua del Giappone in Di Clarone e Koto, dai graffi dolorosi di Platino all'omaggio, quasi indie e tuttavia sorprendentemente suggestivo, contenuto in A Love Supreme dove la devozione mistica, lacerante di John Coltrane diventa un'allegoria morbida, sorniona come un gatto. Giocosa quasi fosse una capriola, opplà.

Ossigeno è opera imprevedibile, per orecchie attente, aperte. Per anime di mercurio.

Opera in viaggio tra terre che sappiamo e quella sconosciuta narrata da Shakespeare. Alternarsi di emozioni sopra un ottovolante da prendere al volo. C'è aria, c'è fuoco, c'è terra, c'è acqua. I quattro elementi per chiunque ricerchi ancora, come Empedocle, il senso della vita e dello strano mondo che ci circonda.

E c'è gioia, rivalsa, passione e solidarietà. C'è dolore e rinascita. Ci sono suoni uditi e inudibili, scarti e contrattempi, inserti come tarsie di un mosaico in movimento. C'è luce, buio, e poi l'azzurro del mare. E la magia di due artisti differenti che dialogano sul filo di un orizzonte immaginario. La chimica dell'idrogeno e dell'ossigeno che si sovrappongono: un'alchimia, il mistero insondabile della musica.


Daniela Amenta
Gennaio 2017







Note biografiche

Massimiliano Di Loreto  dopo avere militato nell'ala “estrema” della scena romana (Fando & Lis, Gronge) frequenta i territori del rock improvvisato con i Ludo, poi si trasferisce in Australia per approfondire l'uso di strumenti inusuali e le tecniche di musicoterapia e al suo ritorno in Italia collabora con Marco Testoni e Hang Camera featuring Billy Cobham. Con Nicola Alesini e Cecilia Silverio fonda i Pollock Project, esperimento di art music, e nel 2014 in quartetto realizza Jetsèmani - Come la terra che calpestate, album in cui una profonda spiritualità si mescola alla ricerca sonora in chiave world e ambient.

Nicola Alesini è sassofonista e compositore. Nella sua musica si fondono jazz, le ricerche della tradizione popolare e Mediterranea, ambient, world music e minimalismo. Lavora da sempre con la poesia, il teatro, il cinema e la danza, ed ha al suo attivo una ventina di produzioni discografiche in cui ha ospitato musicisti di fama internazionale: da David Sylvian a David Torn, da Roger Eno ad Harold Budd, da Steve Jansen a Richard Barbieri fino a Hans Joachim Roedelius, Negli ultimi anni ha collaborato con Rita Borsellino per le celebrazioni in memoria del fratello Paolo realizzando partiture ad hoc e ha composto le musiche per Soltanto il mare e C.A.R.A Italia, docufilm di Dag Ymer sulla condizione dei migranti nel nostro Paese. Fa parte del Claudio Lolli Trio.



 

venerdì 21 ottobre 2016

Cohen (Leonard) splende nel buio

A una settimana dal Nobel assegnato a Bob Dylan irrompe, come un segno del destino o la soluzione dell'enigma, la nuova opera di Leonard Cohen. Esce ufficialmente oggi in tutto il mondo You Want It Darker . E' il quattordicesimo album in studio dell'artista canadese in mezzo secolo, il terzo in soli quattro anni. Segno che l'urgenza di dire è diventata pressante, la sensazione del tempo che scivola grandioso si impone come un Moloch e la visione del futuro si è fatta stretta anche per questo gigante della musica e delle parole.
Cos'è è la letteratura? Cos'è la poesia? Le domande che si sono posti gli scrittori in crisi di identità di fronte al tributo dell'Accademia di Svezia all'autore di Duluth, rimbalzano tra i solchi e le pieghe anche di questo disco, che è in fondo la summa del Cohen pensiero. E' forse azzerare i concetti di cultura alta e bassa, saper interpretare lo Zeitgeist di un'epoca, riempire di poetica ed emozioni il cuore di generazioni, sintetizzare miliardi di letture, suoni, tradizioni in una canzone, ovvero pochi minuti di pura estasi? Se è così – ed è probabile che sia così – un pezzo del Nobel guadagnato da Bob va di diritto anche a Leonard. Dylan lo sa bene: ha sempre trattato Cohen con i guanti bianchi, ammirato e soggiogato dal fascino colto eppure così carnale di questo signore nato in Canada 82 anni fa. “Sei tu il numero 1”, ebbe a dirgli. Fino a paragonarlo per talento compositivo e genio sonoro a Irving Berlin, uno dei più grandi compositori del Novecento.
Due storie in parallelo. Ebrei entrambi, entrambi erranti e inquieti. Ma se con gli anni Cohen ha trovato il punto di equilibrio e sa nutrirsi dell'amore incondizionato del suo pubblico, Dylan è ancora alle prese con il concetto di infinito – The Never Ending Tour – e con un'anima ostile, difficilmente domabile.
Ecco, l'infinito e la finitezza. Questa è la frattura tra i due. Per dirlo con uno dei versi di Leonard: “C'è una crepa in ogni cosa e questo è il modo in cui la luce può entrare”.
C'è, dunque, luce in un disco che già dal titolo tende verso l'oscurità, gli abissi, il buio? You Want It Darker, a dispetto delle apparenze, è un'opera che sa trovare crepe e struggenti bagliori luminosi nella fragilità dolente della mortalità. A cominciare dalla title-track scritta da Cohen e dall'amico Patrick Leonard. La voce del canadese è ormai catrame, fondo delle scale tonali. Ripete in ebraico: “Ineni, ineni”, le parole di Abramo nella Bibbia. Le traduce in inglese: “Sono pronto, Signore”. Lo accompagna, a dare spessore mistico, il coro della Sinagoga di Montreal. E' un pezzo fascinoso, doloroso. Ma non è un addio. E' solo consapevolezza quella di Leonard Cohen.
In questo anno maledetto altre due opere importanti hanno affrontato il tema della morte: Blackstar di David Bowie e Skeleton Tree di Nick Cave. Nel primo caso si è trattato di un testamento d'arte, furente e alchemico. Nel secondo il lutto del padre “orfano” che vede seccarsi l'Albero della vita descritto nella Cabala e frantumarsi al suolo il suo frutto più bello. Qui, in You Want It Darker, Cohen narra il distacco cosciente, lucido e dolce, dal mondo terreno. Come se la lettera scritta alla sua musa, il suo grande amore Marianne scomparsa a luglio, trovasse in questo disco la necessaria compiutezza. “E' arrivato questo tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi (…). Sai che ti sono così vicino che se allungassi la mano troveresti la mia. Penso che ti seguirò molto presto. Addio mia infinita bellezza, ci vediamo lungo la strada”.
La strada è segnata dalla poetica dei chiaroscuri di Leonard: una chitarra malinconica, violini, voci femminili, ballad. E il nostro “chazan” che ci prende per mano per mostrarci gli angoli più intimi e segreti dell'umana finitezza: “Milioni di candele accese per l'amore che non è mai venuto” oppure “Ho lottato con alcuni demoni, erano dolci e borghesi. Io non sapevo di avere il permesso di uccidere e mutilare”. Così in Treaty si confessa e non si assolve: “Solo uno di noi esisteva, ed ero io” e in On The Level ammette ancora le tentazioni di un vecchio, vinto però da “una bestia addormentata”.
C'è l'ironia yiddish in
You Want It Darker, gli studi religiosi, la pazienza buddista, lo Zen e l'arte di mantenersi onesto e consapevole, gestire la fatica e salutare ogni giorno come un piccolo dono. C'è la pazienza di fare i conti con il dolore e c'è la saggezza di guardare al passato con disincanto e tenerezza per giustificarsi un po'. Solo un po'. In una bellissima intervista a David Remnik pubblicata lo scorso 17 ottobre su The New Yorker, Cohen spiega il senso di questo disco e molto altro ancora con una semplicità che disarma, offrendo al giornalista biscotti, vino, pollo e succhi di frutta. “Oggi vivo una situazione particolare. Ho meno distrazioni di un tempo. Non devo preoccuparmi di mantenere la mia famiglia, posso leggere e comporre, o mettere in ordine la mia casa che è una pratica simile a un potente analgesico. I miei figli abitano accanto a me, ho un assistente che mi aiuta, qualche buon amico. Sono un uomo benedetto. E' solo la condizione del mio corpo a limitarmi. Ogni tanto devo sdraiarmi...”.
Più volte nell'album Leonard ribadisce il concetto di abbandonare il tavolo, uscire dal gioco come in
Leaving The Table. Lo dice e poi, nel brano successivo, If I Did'nt Have Your Love, si contraddice e ci spiazza con una canzone d'amore, e poi ci confonde ancora con Traveling Light, il viaggio di un uomo alla ricerca della solitudine. Tutti gli umori, i temi, i segni di una vita si mescolano in questo affresco potente, mistico e terreno come solo Cohen sa essere. La fede che va e viene in It Seemed The Better Way (“Alza questo calice di sangue, prova a dire una preghiera di ringraziamento”) e il coraggio per affrontare con dignità le tenebre mentre di nuovo, si accende, in lontananza una fiamma che trema e incanta in Steer Your Way che ha, addrittura, movenze gioiose e che, in forma di poesia, è stata pubblicata proprio da The New Yorker a giugno. Chiude l'opera, che è prodotta dal figlio Adam Cohen, String Reprise, rivisitazione di Treaty con quartetto d'archi.

Non si chiude, invece, la parabola del “bel perdente” che con You Want It Darker ci regala note e parole materiche su cui riflettere e la certezza della polvere di cui siamo fatti. Il resto è un uccello che dondola su un filo, per citare Bird On The Wire del 1968, e la straordinaria bellezza di un uomo che ha impiegato una vita a cercare di essere libero. Fino a riuscirci.


Daniela Amenta
(L'Unità, 21 ottobre 2016)


martedì 27 settembre 2016

Nick Cave dentro la stanza del figlio


Bisognerebbe provare a trattare Skeleton Tree, sedicesimo album in studio di Nick Cave, allontanando l'ombra di Banco shakespeariana che aleggia torva e inquietante. Raccontarlo come fosse un disco qualsiasi nella storia di questo artista furibondo e maledetto, nato in Australia 59 anni fa. Ma Skeleton Tree non è un disco qualsiasi, purtroppo.
Bisognerebbe provare a narrare l'epopea di Nick – dagli esordi esasperati tra punk e rumorismo al calor bianco fino alle riletture bibliche, passando per le poesie, gli inni iconoclasti, il carisma “nero”, le droghe e i draghi – saltando la cronaca. Ma la cronaca si ferma al 14 luglio del 2015, il giorno della morte drammatica di Arthur, figlio adolescente di Cave e della modella-stilista Susie Bick, volato dalla scogliera di Brighton forse sotto effetto di un acido.

Skeleton Tree non è un disco sul dolore. E' semplicemente un'opera pervasa dal dolore. Cave aveva iniziato a scrivere i pezzi prima della tragedia, ma come si intuisce dal documentario One More Time With Feeling (nelle sale italiane solo per due giorni, oggi e domani) quanto è accaduto ha cambiato la direzione della musica, dei testi, dell'intera atmosfera.
Nick Cave, dunque. Oltre trent'anni di suoni nel segno dell'Apocalisse e degli eccessi, deragliamenti sentimentali e sonori. Una scrittura febbrile e torbida tesa verso la perenne ricerca del divino nelle miserie terrene o di un Cristo trascendente a dargli pace, a frenare le frane, attutire il tonfo disperatamente umano di Nick, The King Ink che osò sfidare il cielo.

Nessuno dei 15 dischi che precede Skeleton Tree è facile, confortante. In tutti, con diversi gradi, è presente il concetto di morte, sofferenza, finitezza. Ma se nel passato Cave utilizzava anche i miti letterari per comporre i suoi affreschi tragici – da
Huckleberry Finn di Twain alle epiche Murder Ballads, da Spoon River fino a William Blake e alle pagine più crude e cruente della Bibbia – questa volta non esiste mediazione, escamotage culturale. Il re è nudo, e piange. Piange il figliol prodigo, The Good Son, probabilmente l'erede prediletto (Cave, per la cronaca, ha altri tre figli, tra cui Earl, il gemello di Arthur).

Quaranta minuti di musica che iniziano con l'invettiva di Jesus Alone, dai timbri Morrisoniani, la lunga, faticosa di The End del Terzo Millennio, e si chiudono con l'orazione funebre contenuta nella title-track, Skeleton Tree, ovvero l'albero scheletrico. Nella Cabala ebraica l'esistenza tutta è sintetizzata proprio in un arbusto, che ha radici affondate in terra e rami protesi verso il cielo. Una metafora alchemica che Cave spoglia. Via le foglie, via la linfa. Rimangono un padre e una madre a fare i conti con il dolore peggiore: essere sopravvissuti al proprio figlio, e quindi al significato stesso di futuro. I suoni sono anche essi ridotti all'osso, minimali, spettrali, con archi e sintetizzatori orchestrati da Warren Ellis, infernale genio sonico dei Bad Seeds, la band di Cave.

Un disco ostico eppure fascinoso, magnetico, non il migliore nella discografia complessa di Cave, ma cruciale. Uno snodo. Dove Nick canta: “Sei caduto dal cielo, precipitato su un campo vicino al fiume Adur. (…) Con la mia voce ti sto chiamando”. Dove le parole “amore” e “bisogno” sono ripetute all'infinito e la tregua è segnata da Distant Sky, con la celestiale voce del soprano danese Else Torpe e Girl in Amber, forse entrambe dedicate alla moglie Susie.

Quello che è sottinteso in Skeleton Tree diventa manifesto in One More Time With Feeling, il documentario firmato da Andrew Domink, il regista neozelandese amico di vecchia data. Tra i due perfino una fidanzata in comune, Deanna, celebrata da Nick con un pezzo fiammeggiante su Tender Prey (1988). Nulla è concesso a Cave in questo manifesto terribile, tridimensionale, in bianco e nero, girato tra lo studio dove è stato registrato il disco e la casa di famiglia dell'artista

Brighton, sud della Gran Bretagna, luogo di ferie e tomba della Redenzione. Se il disco suggerisce, nel film il lutto esplode attraverso le parole spezzate, l'imbarazzo, la fragilità di una rockstar che si guarda allo specchio e dice: “Quando mi sono venute queste occhiaie? Quando sono invecchiato così tanto? Sono diventato oggetto di pietà, la gente mi ferma per esprimermi solidarietà. E io non so se piangere, abbracciare, essere maleducato. Non so come sintetizzare quello che ci è accaduto oltre una perfetta banalità. Non so come comportarmi e questo non è da me. Non so raccontare, mi sembra di non essere rispettoso con Arthur. Potrei portare il mio punto di vista, quello di mia moglie, ma non il suo. Capite?”.

Così la stanza del figlio si intravede appena in One More Time With Feeling: un cuscino con il nome del ragazzo scomparso, due skateboard, scarpe da ginnastica. Susie mostra un quadretto disegnato da Arthur quando aveva 5 anni: è la scogliera dove ha trovato la morte. Sussurra a Nick mentre la cinepresa filma impietosa: “Mi sta venendo da piangere”. Lui le tiene la mano, sotto il tavolo. Sembrano due naufraghi, due vite spezzate che cercano di salvare un grande amore, una bella, invidiata, famosa famiglia.

E dunque One More Time With Feeling narra il deragliamento che lascia il vuoto, quella sindrome da superstiti che colpisce chiunque si trovi ad affrontare la catastrofe. Non esistono parabole, non ci sono né Abramo, né Isacco. Nulla brilla. C'è solo la luce agghiacciante di una “stella nera”, per citare Bowie. E fa riflettere che due delle opere rock più attese dell'anno abbiano in comune la desolazione della fine.

Del performer aggressivo, sfacciato è rimasto ben poco. Nick è infastidito dalle domande del regista, incalzanti, ma non sa difendersi. E' spaventato, quasi non trova le parole. E viene da chiedersi perché abbia accettato di dare la propria anima derelitta in pasto al pubblico. Quale catarsi possa provocare una pellicola che sguazza nella sofferenza, si sofferma sugli sguardi devastati dei protagonisti, sulla musica che non consola. Nessuna terapia. Semmai One More Time With Feeling sembra la via tortuosa di un'espiazione rispetto a un divorante senso di colpa “Quando ci siamo distratti? Come è potuto accadere?”, si chiede ad un certo punto Nick Cave. E soprattutto ammette: “Un grande trauma non aiuta il processo creativo, anzi lo affossa, toglie energie, diventa una specie di recinto dentro la testa. Ci ritorni di continuo. La vita non è una storia”

E in questo ha ragione. La vita spesso non è una storia. O almeno non quella che abbiamo sperato di poter raccontare. 

Daniela Amenta
27 settembre 2016, da l'Unità

domenica 3 novembre 2013

Frank Black, The Cult Of Ray




Se il compito dell'arte - come diceva Adorno - è di introdurre caos nell'ordine, Charles Michael Kitridge Thompson IV detto Frank Black, è nello specifico un vero equilibrista. Dall'87, erano i tempi di Come On Pilgrim, la sua 'missione' è quella di inserire elementi inconsueti nell'oramai prevedibilissimo universo dei quattro quarti. I suoi dischi da solo, questo è il terzo, sono in effetti un campionario di riff, svisate, déjà-vu ritmici, echi e riferimenti mescolati in una tessitura surreale assolutamente sorprendente. Un puzzle armonico che si definisce nota dopo nota, che cambia andamento di continuo. Si interrompe, riprende, modifica rotta e obiettivi. Poi riparte. Destinazione sempre sconosciuta.

Frank Black è un genio. Non solo perché è uno dei pochi che nel bazaar modaiolo della musica introduce quei 'famosi' elementi di caos. Non solo perché cita un miliardo di cose e non somiglia mai a nessuno.

Frank Black è un genio perché si porta il rock a spasso come fosse un cagnolino. Ne sposta il baricentro. Lo tratta con un'ironia sottile, se lo coccola tra le corde della chitarra, lo sbaciucchia e gli fa il verso. Lo prende in giro e gli celebra monumenti dadaisti. Un destrutturatore nato. Uno che - immagino - con i cubetti della Lego invece di costruire casette e automobiline tirava fuori giraffe con teste di elicotteri e piedi palmati. Meno fluviale del magnifico Teenager Of The Year, più omogeneo del primo, omonimo Frank Black, The Cult Of Ray è un album incandescente, pirotecnico. Un'altra piccola pietra miliare nell'imponderabile cammino del ciccione più simpatico d'America. Perché se è vero che ogni canzone di Black è un microcosmo a sé stante, è altresì necessario aggiungere che esiste un fil-rouge che unisce The Cult Of Ray ai lavori precedenti. E naturalmente alle memorabili produzioni targate Pixies. 
Un filo che Frank tira, taglia, riavvolge. "Io suono per gente che sa comprendere il rock'n'roll", ha detto. Giusto. E allora orecchie all'erta perché questo è un omaggio all'intelligenza del rock'n'roll, alla sua svampita energia, al suo potenziale rivoluzionario, ai suoi eccessi e a tutta la sua stravagante paccottiglia di miti, eroi, santi, martiri, cliché, luoghi comuni. Tutto assieme, niente escluso. Così The Cult Of Ray celebra, innanzitutto, il punk rock e si ciba di Stooges, Doors, Stranglers, Dead Kennedys, Devo, Cramps, Utopia, Velvet, Talking Heads. Come se Black avesse metà della testa occupata da un campionatore capace di memorizzare e riprodurre i frammenti sonori più disparati della storia del rock. E nell'altra metà un frullatore che mischia e tritura.

 Risultato: un disco adrenalinico, godibilissimo, veloce. Le prime cinque tracce schizzano via a duemila. Lui offre chicche chitarristiche a piene mani, forse anche per celare la clamorosa assenza di Joey Santiago, spande pennellate di virtuosismo strumentale con gioiosa nonchalance. Arriva I Don't Wanna To Hurt You, ballatona elettrica in stile Graham Parker ispirato. Ecco lo strumentale anfetaminico Mosh, Don't Pass The Guy. Ecco il desert rock rovente di Kicked In The Taco. Ecco la lunare, aritmica, sensuale e byrniana The Creature Crayling. Un altro strumentale, The Adventure And The Resolution, superbo stacco marziano che introduce Dancewar, ruvida perlina al fulmicotone. La title-track è un fuoco d'artificio dislessico tra improvvisi ralenti e furibondi schizzi melodici. Il tutto si chiude con la languida The Last Stand Of Shazeb Andleeb, deliziosa cantilena dagli accenti morbosi. 
Ottima lezione d'arte questo nuovo capitolo del Franco Nero bostoniano. Che tra battute al cianuro e insondabili coretti risponde con la sua classe formidabile ai vari neo-punkers e saluta irridente - bye bye - le proprie infinite radici, ricandidandosi come adolescente dell'anno.

Perché il rock, si sa, mantiene giovani forever and ever. Soprattutto se, più che uno stile, è un modo irrequieto, perspicace e pungente di guardare fuori e dentro di sé.

Daniela Amenta
Mucchio Selvaggio
1996

Dead Can Dance: Anastasis

Come le facciate delle cattedrali gotiche, anche le copertine dei Dead Can Dance sono una delle chiavi di lettura per addentrarsi nell'universo di Lisa Gerrard e Brendan Perry. In questo caso c'è un campo di girasoli bruciati dal sole, segno che il viaggio più oscuro è terminato e che ci troviamo davanti ad un'opera terrigna ma in grado di guardare in alto. D'altraparte lo stesso titolo del disco, Anastasis, («Resurrezione» in greco) indica una svolta verso una direzione precisa. Dopo sedici anni dall'ufficiale scioglimento e da Spiritchaser, i due si ritrovano. 

Una storia complessa, e con ricaschi anche sentimentali, quella tra la contralto australiana e il polistrumentista britannico. Una storia cadenzata da opere che vanno ben oltre la semplice fruizione musicale e sono parte di un viaggio intimo e profondo. Un viaggio alchemico tra inconscio e ultraterreno, esoterismo e magia. Un viaggio tra popoli e continenti, radici e lingue antichissime, cancellate, tra suoni potenti, viscerali e rimandi ancestrali. Ecco, la resurrezione dei Dead Can Dance questa volta si fa concreta. Per la prima volta nella storia della band nata nel 1981, siamo alle prese con un disco vero e proprio e non con una struttura simbolica, non con un contenitore metafisico. Canzoni-canzoni, testi-testi. Significante e significato che coincidono. 

Una resurrezione costruita su tappeti armonici, voci belle, melodie ricchissime e naturalmente molto raffinate, autocitazioni ed eleganti rimandi. Lisa Gerrard resta più trasversale che nel passato, Perry dirige le danze a cominciare da Children of the sun, singolo orchestrale che vorrebbe riecheggiare le grandi aperture di An American Dream. E quindi scorrono Opium, Agape, Amnesia, Kiko, titoli suggestivi, echi orientali e celtici mescolati con gusto sinfonico. A tratti la liturgia risulta artefatta (come in Return of the She-King), a tratti annoia per la reiterazione fin troppo dilatata e monocorde e senza finale a sorpresa (ed è il caso della conclusiva All in good time). Sia chiaro: Anastasis è un lavoro di qualità ma che non travolge, non intimorisce come è sempre accaduto con i Dead Can Dance. Spariti, addolciti, rarefatti i timbri di un'esperienza sonica importante e sofferta: il pathos ancestrale di Spleen and Ideal, il transglobalismo extratemporale di The Serpent's Egg, il misticismo mantrico di Within The Realm Of A Dying Sun. Dischi che facevano tremare le vene dei polsi, spostavano l'ascoltatore in altre dimensioni e in altre epoche. 


Così Anastasis sembra più il frutto di un ripensamento dopo una lunga separazione. Due vite parallele (sia Brendan che Lisa hanno folgoranti e fruttuose attività da solisti) che si ritrovano e hanno voglia di rispolverare il vecchio baule delle meraviglie ma senza aprirlo. Forse dopo un percorso così complesso, sfaccettato, difficile, dopo aver ridato voce e fatto danzare i morti, Gerrard e Perry hanno scelto una via più lieve. La via dei girasoli. La via della terra arsa e dei raggi di un sole nero. La via della vita. In fondo.

Daniela Amenta
Unità
Settembre 2012

Negazione o l'hardcore spiegato a un bambino


Era musica velocissima, potente. Musica come un calcio nello stomaco, come il vuoto nel diaframma nell'attimo in cui si vola da un palco. Era un urlo in faccia al futuro. Mordere la vita e masticarla in fretta. Era militanza, uno stato dell'anima, passione, rabbia. Erano i Negazione, da Torino, quelli dell'hardcore punk che cantavano poesie sbilenche, andavano andavano, a bordo di un furgone scassato andavano in giro a suonare. E non bastava mai. Un'esperienza umana e professionale durata fin troppo per quei tempi, quasi nove anni e mezzo, 1983-1992. Poi fine. Addio, ciao per sempre. 

E ora, vent'anni dopo arriva Il giorno del sole, dal titolo di una delle canzoni più belle, laceranti. Manifesto d'intenti. Un cofanetto edito dalla Shake che contiene i due dischi più importanti nella storia della band: Condannati a morte nel vostro quieto vivere e Lo spirito continua. Ma a dare un senso compiuto a questa storia, oltre i suoni, ci sono le parole. Un testo di 63 pagine scritto dai protagonisti: Guido Zazzo Sassola alla voce, Roberto Tax Farano alla chitarra, Marco Mathieu al basso. È il racconto dei giorni furibondi di uno dei pochi gruppi italiani ad avere credito e seguito anche all'estero, è una lettera, soprattutto, dedicata ad Elia, il figlio del batterista Fabrizio Fiegl, scomparso l'anno scorso a soli 46 anni. Ebbene, l'hardcore spiegato a un bambino ha lo stesso impatto che quella musica estrema aveva per chi la ascoltava nei «giorni del sole». Un fiume di energia, una valvola di libertà, l'impegno messo a servizio di un collettivo improbabile che viveva negli squat, nei centri sociali. Il web non c'era, si faceva rete in altro modo: fanzine fotocopiata, cassette da duplicare e far girare, lettere col francobollo spedite da ogni angolo del pianeta. E poi, a un certo punto, c'erano i concerti per incontrarsi, ritrovarsi

. Scrive Mathieu, che oggi fa lo scrittore e il giornalista: «C'erano altre creature nel mondo simili a te con cui condividere rabbia e divertimento... Rivoluzione minimale». Elia in questo disco troverà suo padre che picchiava duro e i suoi amici, fratelli gemelli, soci e sodali in un periodo irripetibile. «Incazzati che ridevano molto». A noi restano le tracce di una band che ci ha messo il cuore e ce l'ha fatto battere forte. Lo spirito continua.

Daniela Amenta
Luglio 2012
L'Unità