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mercoledì 28 dicembre 2016

Il bello degli anni Ottanta

Ora che lo scorso Natale – Last Christmas – è stato consumato e che questo 2016 mefitico si sta finalmente chiudendo, ognuno potrà fare i conti con i propri ricordi e la playlist privata di canzonette e tormentoni. Ora che George Michael si “è spento serenamente” a 53 anni, per cause “ancora ignote ma non imprevedibili” – come recita il comunicato del suo agente – si potrà tentare di restituire dignità a una icona del pop mai entrata nella reale lista delle “british icons” (battuto perfino da Robbie Williams dei Take That, che smacco).
Cento milioni di copie vendute quando i dischi erano oggetti reali e non streaming liquidi, sette album ufficiali in studio (tre con gli Wham! e quattro da solo), e poi live, cover, duetti epici, soprattutto una smitragliata di singoli perfetti e video altrettanto laccati in una carriera durata effettivamente un ventennio. Questo in due righe era George Michael, ovvero Georgios Kyriacos Panayiotou, nato a Londra nel 1953 da padre greco-cipriota e madre inglese, capostipite delle boy band, il ragazzo con il giubbottino nero e il ciuffo impomatato che amava Lennon, Elvis, Stevie Wonder, il soul e il r&b, e che ha impiegato una vita a distruggere ciò che era stato per costruire un altro se stesso. Una vita spesa a farsi accettare senza pregiudizi, per citare quell'album del 1990 – Listen without Prejudice vol. 1 - , cambiare passo, bruciare il “chiodo” di pelle e il jukebox (come nel videoo di Freedom '90), cancellare la sua stessa immagine, imporsi solo come musicista piuttosto che come belloccio platinato.

George Michael non ha perso la battaglia: alla fine è riuscito a dire quello che voleva, a far tremare il pubblico con una voce notevolissima e un gusto per la melodia pop mescolata a elementi neri, a cantare con i più grandi del mondo e oggi, a farsi rimpiangere. Quel che ci resta, a parte gli album e le private memorie di ciascuno, è un uomo molto più complesso di quello che sembrava, alle prese con i propri demoni, incalzato dalla peggiore stampa britannica a caccia del mostro da sbattere in prima pagina, sfiancato dalle case discografiche e dai fan che lo avrebbe voluto cristallizzare nello stereotipo del giovanotto gaudente di Club Tropicana, modello di una rivista fashion a galleggiare in piscina. Si è ribellato spesso George Michael: alle regole, ai luoghi comuni, all'eterosessualità imposta dal Circo Barnum del pop. E ha pagato ogni curva presa ad alta velocità: il possesso e l'uso di droghe, l'andirivieni dai rehab e dalle aule dei tribunali, la guida in stato di ebbrezza, gli atti osceni in luogo pubblico fino a essere sbattuto in carcere. E poi ancora denunce, la causa con la Sony per essere finalmente padrone della sua musica, le lezioni degli altri colleghi gay – da Elton John a Boy George fino a Morrissey – che avrebbero voluto più esplicito e meno tormentato il suo outing, reso pubblico solo nel 1998 con Outside, singolo che gli costò altri guai con la polizia.

In realtà Michael fu meno effimero degli anni Ottanta che lo videro protagonista con Andrew Ridgeley del successo degli Wham!. All'epoca era appena maggiorenne, già surfista d'alta classifica in un microcosmo dorato e di plastica, a base di modelle scosciatissime, bicipiti in bella vista, capelli gonfi e ciuffi laccati. L'epoca dei Duran Duran e degli Spandau con Margaret Thatcher rieletta dopo la guerra delle Falklands e la Gran Bretagna costretta a fare i conti con una crisi economica da lacrime e sangue. Il new pop sembrava impermeabile a quei giorni durissimi, allo sciopero dei minatori, alla perdita del lavoro per migliaia di sudditi della Regina. C'erano i video di MTV a raccontare un mondo parallelo e inesistente come il set del Truman Show: barche, auto, cocktail e bella vita. Un immaginario lezioso contenuto in tre album e svariati singoli: da Bad Boys a Wake Me Up Before You Go-Go fino alla ballatona Careless Whisper. E poi addio Wham!, nell'87 George Michael inizia la propria carriera da solista con Faith, prende due Grammy, canta con Aretha Franklin, diventa la voce sfacciata della lussuria (I Want Your Sex), gioca con le ambiguità sessuali e pare impersonare la carne e l'estetica del pop. Ci metterà tre anni a crescere, a realizzare Listen Without Prejudice Vol. 1 dove decide di non apparire, con la pretesa di essere più musicista che star. Quindi in Freedom '90 brucia il famigerato giubbottino fa esplodere il juke-box e comunica al mondo di essere finalmente adulto. Il disco successivo arriverà sei anni dopo – Older – e l'ultimo ufficiale, il più lacerato e complesso nel 2004. Si intitola Patience, title-track composta con il pianoforte di Lennon (comprato e poi donato al Museo permanente in onore dell'ex Beatle) e una serie di riflessioni sulla morte: da Please Me Send Me Someone, dedicata come la bella Jesus To A Child alla memoria del compagno Anselmo Feleppa ucciso dall'Aids a My Mother Had A Brother per lo zio deceduto il giorno in cui George era nato. Come scrive Simon Hattenstone sul Guardian il concetto di finitezza lo ossessionava: aveva perso in sequenza l'uomo che amava, la madre, il produttore Phil Ramone e persino un cucciolo di Labrador, viveva da recluso in una casa a Highgate, nord di Londra, assediato dai fan e dai tabloid. “Gran voce (quando non aveva fumato troppo), grande cantautore (prima del blocco creativo), grande personalità (quando non era troppo fatto)”. Sopravvissuto per miracolo a un incidente, a una polmonite, agli stravizi, eppure “bad boy” fino alla fine con la ricerca di sesso occasionale nel parco di Hampstead Heath e l'abuso di sostanze, una scimmia sulla schiena che non riusciva a scrollarsi da dosso nonostante l'aiuto degli amici, Elton John in primis.
Ma che voce, appunto. Basta riascoltare la sua versione di Somebody To Love dei Queen nel tributo a Freddy Mercury o la plasticità con cui riusciva a duettare sia con Luciano Pavarotti che con Whitney Houston o Paul McCartney.

Nel 2011 parte il Symphonica Tour con tanto di orchestra al seguito e arriva immancabile anche un album di cover. Sembrava che George si stesse rimettendo in carreggiata, pronto per un nuovo disco con pezzi originali che, invece, non è mai arrivato. Sembrava che il ragazzo che aveva stigmatizzato la politica inglese e l'alleanza con gli Usa per l'uso dei missili Cruise avesse trovato il suo punto di equilibrio. Sembrava che il musicista che aveva donato i diritti d'autore di Last Christmas a Band Aid per combattere la fame in Africa, quello che aveva cantato per Mandela e sostenuto la ricerca per combattere il virus dell'Hiv, avesse ripuntato la bussola. Più forte, più solido, capace di fare i conti con un passato ingombrante e un futuro tutto da scrivere.
E invece per George Michael questo è stato il Natale definitivo, una festa feroce lontano dalla neve di quel video che ha fatto innamorare generazioni di ex adolescenti che sognavano commedie rose e vite perfette. E che ora lo piangono come si piange la gioventù perduta.

Daniela Amenta

(l'Unità 27 dicembre 2016)


sabato 12 novembre 2016

So long, sir

Lo sapeva bene Leonard Cohen. E ci aveva avvertiti. Lucido, concreto fino alla fine. Perché poi, solo i giganti, sanno affrontare con consapevole dolcezza  la  morte, mettere un piede nel paese sconosciuto narrato da Shakespeare, guardare il buio e volerlo perfino più scuro.  «Hineni, hineni, hineni», ripete tre volte Cohen nel suo ultimo disco, You Want It Darker. È il lamento  di Abramo che nella Bibbia consegna il figlio Isacco alla volontà di Dio. «Sono pronto, Signore», canta con quella voce che è catrame e miele bruciato, abisso delle scale tonali. Era pronto Leonard Cohen. Lo aveva scritto  in una lettera struggente a Marianne, la musa bionda,  suo grande amore, scomparsa a luglio. «È arrivato questo tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi (…). Sai che ti sono così vicino che se allungassi la mano troveresti la mia. Penso che ti seguirò molto presto. Addio mia infinita bellezza, ci vediamo lungo la strada». Lo aveva ribadito in una intervista, bellissima e feroce, a David Remnik pubblicata lo scorso 17 ottobre su The New Yorker: «È la condizione del mio fisico a limitarmi. Devo sdraiarmi spesso, ora. Il grande cambiamento rispetto al passato è la vicinanza con la morte. Sono una persona che cerca di finire quello che ha iniziato. E quindi sono pronto ad andarmene. Sento il Bat Kol (in ebraico è la voce divina, ndr), sembra dirmi “Stai perdendo troppo peso Leonard, stai morendo”. C’è una realtà  profonda accanto a noi, ogni tanto emerge. La percepivo perfino quando ero in buona salute, adesso la vedo con chiarezza».
Leonard Cohen, nato a  Montréal 82 anni fa, ha attaccato al chiodo l’inseparabile cappello, si è tolto l’impermeabile blu per l’ultima volta lunedì 7 novembre. I funerali sono stati celebrati ieri nel “suo” tempio,  alla Shaar Hashomayim Synagogue di Montréal, la congregazione a cui l’artista e la sua famiglia appartenevano: sia il  bisnonno di Leonard, Lazarus, che il nonno Lyon ne erano stati presidenti. Ad accompagnarlo il coro diretto dal cantore della Sinagoga,   Gideon Zelermyer, lo stesso che risuona melodioso e celestiale in You Want It Darker. La scorsa notte, infine, la famiglia ha dato l’annuncio ufficiale.

Quando per definire un musicista si ricorrere alla parola “poeta”, spesso si esagera. Non nel caso di Cohen che inizia la propria avventura proprio come tale, pubblicando nel 1956 la prima raccolta di versi, Let Us Compares Mythologies, seguita da Six Montreal Poets e da The Spice Box of Earth. E poi i romanzi - The Favourite Game e Beautiful Losers -  scritti nei giorni del vino e delle rose, a Hydra, in Grecia, con accanto Marianne bella come una sirena bionda.  Solo nel 1967 esce il suo primo album, Songs of Leonard Cohen, ha già 33 anni, lo spinge verso la musica Judy Collins, la prima a cantare Suzanne.  Lui ha imparato a suonare la chitarra grazie a un amico spagnolo («Solo flamenco, con una sei corde, mentre a me piacevano Robert Johnson, il jazz di Count Basie e Billy Holiday, il lirismo di Edith Piaf e Jacques Brel...», raccontò poi). È un disco intriso di malinconia, che parla di morte, di depressione.  Un album respingente inciso da un uomo conflittuale:  tutti temi, che con differenti toni e sfumature, Cohen svilupperà nel corso di una carriera tanto parca quanto mirabolante. Tra le molte leggende che si narrano sull'artista canadese  c'è quella degli studi di registrazione riarredati con il mobilio della sua camera da letto, perché Leonard si sentisse a suo agio e cantasse con facilità.

In 50 anni di carriera  solo quattordici album in studio, gli ultimi tre – Old Ideas, Popular Problems e il definitivo You Want It Darker realizzati tra il 2012 e il 2016 – come se l'urgenza di dire si fosse fatta impellente. Quattordici dischi come Songs From a Room (1969) che contiene Nancy e Bird On The Wire, Songs Of Love and Hate (1971)  con Famous Blue Raincoat , il corposo  New Skin for the Old Ceremony (1974) e Death of a Ladies' Man del 1977, che è uno spartiacque. Lavoro prodotto da Phil Spector  in cui appaiono, tra gli altri,  Allen Ginsberg e Bob Dylan.  E poi il resto, e da citare c’è almeno I’m Your Man del 1988,  e  canzoni come inni per cuori spezzati e anime gentili ma ribelli. Canzoni come Hallelujah, The Partisan, So long,  Marianne, Chelsea Hotel#2, Sisters of Mercy, Tower of Song o First We Take Manhattan che hanno prodotto cloni, versioni, incidendo nell’immaginario di una marea di musicisti a venire. E in parallelo l’attività di poeta e romanziere con Book of Mercy, The Energy of Slaves o Book of  Longing, tradotto in Italia come Il libro del desiderio tra versi luccicanti e piccoli, meravigliosi disegni.

Un’anima incomparabile Leonard Cohen, “l’uomo con l’oro in bocca” sopravvissuto alla depressione, cantore di gesti estremi e  disperati eppure capace di quella ironia yiddish con cui sapeva liquidare e irridere  gli eccessi degli Stati Uniti e dell’Occidente, languido come un gatto e brutale quando c’era da raccontare guerre disumane. C’è gente che danza, cammina, fa sesso,  piroetta e si ammala di amore infinito e  di tristezza nell’universo di Cohen. C’è un piccolo ebreo seduto nella terza fila della Sinagoga di Montreal che studia e prega, c’è un bambino di 9 anni che vede morire il padre e che per consolarsi sotterra nel giardino di casa il papillon del genitore e un frammento di carta dove descrive il proprio dolore.  C’è un giovane bello, con gli occhi blu, che fa impazzire le donne e che impazzisce per loro. C’è lo studioso della Bibbia  che cita re David, Betsabea e Sansone, affamato di letteratura, attraversatore indomito di un miscuglio formidabile di culture e stili di vita: dall’intimismo del folk al pacifismo hippie, dalla Beat Generation alla rivoluzione digitale del Terzo Millennio.
C’è Leonard il monaco Zen ordinato nel 1996, presso il Mount Baldy Zen Center, a 200 km da Los Angeles, con il nome di Jikan, il silenzioso. Anni di meditazione e patimenti («riflettere su se stessi non è mai una festa», disse) accanto al suo maestro, Sasaki Roshi.  C’è una star defilata, generosissima sul palco, ridotta quasi in miseria dalla ex  manager. Un fallimento  che lo costrinse a tour estenuanti e a quei tre dischi in pochi anni. Ma You Want It Darker, uscito a fine ottobre, non è esattamente un testamento. Semmai  l’ultimo atto di una parabola intensa, immensa in cui Cohen guarda già altrove, oltre il  mondo terreno, le umane miserie.  Polvere alla polvere.  La finitezza come paradigma dalla quale non si sfugge.  E anche in questa opera scura, scurissima  si trova una crepa che fa filtrare la luce e illumina la nostra fragilità dolente. Come scrivemmo recensendo il disco: «In You Want It Darker c’è lo Zen e l'arte di mantenersi onesto e consapevole, gestire la fatica e salutare ogni giorno come un piccolo dono. C'è la pazienza di fare i conti con il dolore e c'è la saggezza di guardare al passato con disincanto e tenerezza per giustificarsi un po'. Solo un po'».  
L’uomo che ha provato per tutta la vita  a essere libero come l’uccello che dondola sul filo della luce - Bird on the wire  - è riuscito nella missione.  A noi resta una torre di suoni e di parole, il conforto del suo sorriso e un alito di vento che alza l’orlo di un impermeabile blu.

So Long, Leonard.


Daniela Amenta l'Unità 12 novembre 2016




giovedì 24 luglio 2014

Il rock è morto (bisogna inventarsi qualcos'altro). In memoria di Freak Antoni

Il 12 febbraio 2014 è morto Freak Antoni, cantante e paroliere degli Skiantos, "maestro" del "rock demenziale", bolognese. Ucciso da una grave malattia, aveva 59 anni





Permettete che per salutare Freak Antoni io parta da un ricordo personale. Un concerto organizzato a Roma nel lontano 1986, una rassegna di “Rock demenziale” all'Uonna Club con gli Skiantos, Lino e i Mistoterital, Sandro Oliva, i Sentinels. All'epoca non c'erano cellulari, non esisteva Internet. Si comunicava con il vecchio telefono. Roberto Antoni, detto Freak, aveva il mio numero di casa e spesso a quel numero rispondeva mia madre. Non so come, ma tra lui e mamma si instaurò una specie di rapporto a distanza, anche dopo lo show. Freak telefonava con il suo accento bolognese e chiedeva: “Ma oggi che cucina signora?”. E stavano lì a parlare tranquilli di pelati e spezzatino. 

Freak Antoni era un demonio sul palco, un provocatore, forse il più grande punk d'Italia. Eppure nella realtà era un uomo timidissimo e gentile che domava i suoi demoni correndo sul filo teso del paradosso. Una vita tra draghi e droghe, vita irriducibile e scatenata. Ci lascia a 59 anni, nato sotto il segno dell'ariete il 16 aprile nel 1954. Ci lascia il grande sognatore, il contraltare in musica di Andrea Pazienza, la voce graffiante e i versi al cianuro. 

Inventò il rock demenziale, ovvero l'unico stile autoctono, originale mai partorito in questo Paese. Inventò una grammatica sonora, cantando rime baciate e apparentemente assurde in italiano, lanciando invettive fulminanti, raccontando il mondo velocissimo e confuso dei ragazzi del '77. Ai concerti insultava i fan, la folla. Resta scolpito quel pezzo, manifesto d'intenti, “Fate largo all'avanguardia” che nella strofa successiva recita: “Siete un pubblico di merda, applaudite per inerzia. L’avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, l’avanguardia è molto dura e per questo fa paura”. 

A Bologna, nel 1979, per il primo immenso summit del movimento, gli Skiantos portarono sul palco del Palasport un frigo e invece di suonare iniziarono a cucinare gli spaghetti. Accadde di tutto, volò di tutto. “L'apice o il fondo della provocazione. Una questione di punti di vista”, ebbe a dire Freak anni dopo. Era un ragazzo del Dams, Roberto. Che con Dandy Bestia e il resto della mutevolissima banda prendeva in giro sia gli autonomi che i karabigneri, le frasi fatte, la “para dura”, le sbarbine, il kinotto (“la bibita del teppista morbido”), l'eptadone. 

Gli Skiantos cominciarono con una cassetta, furono notati prima da Oderso Rubini e poi dalla Cramps, incisero dischi incredibili, dischi totem fino almeno al 1987, l'anno di “Non c'è gusto in Italia a essere intelligenti” che è anche il titolo di uno dei nove libri scritti da Freak. Un altro da segnalare è proprio “Stagioni del rock demenziale”, piccola bibbia surreale e dadaista per dire che poiché “il rock è morto bisogna inventarsi qualcos'altro”. Folle, esilarante, indispensabile. 

Il gruppo ebbe alterne fortune. Sciolti cento volte, poi daccapo assieme. Nel tempo anche il graffio, la “stravoltura continua” persero mordente. Freak si inventò mille esistenze parallele, in una fu Beppe Starnazza con i Vortici (con lui Tommaso Vittorini, Pasquale Minieri, Lele Marchitelli), band specializzata in swing-punk e nella rilettura scalmanata dei classici di Natalino Otto e Fred Buscaglione. 

Oggi ci lascia un piccolo genio. Quello che spiegava che la vita è una e tanto vale “pestare duro/suonare energico, stimolante/fare testi semplici con rime baciate/ritmi immediati che dicono tutto e non devi decifrare-capire-interpretare con atteggiamento critico. Bisogna chiarire subito quello che si vuole: io voglio godere e non soffrire”. Ci lascia Freak, che ha mandato al diavolo l'insopportabile mondo del buon senso, convinto che una risata avrebbe distrutto tutti i kattivi, tutti, nessuno escluso. 

Daniela Amenta (l'Unità, 13 febbraio 2014)

mercoledì 8 gennaio 2014

Otto gennaio 1951

Questo post è in memoria di Claudio Rocchi. Oggi avrebbe festeggiato 63 anni.


Il volo magico non si è interrotto. Di sicuro continua altrove. Sopra le pietre nere della Sardegna, le vette dell’Himalaya, tra le note, lo zen e l’arte della manutenzione del cuore. 

Claudio Rocchi, musicista, se n’è andato. Aveva 62 anni, nato a Milano l’8 gennaio del 1951, che poi è il titolo di un suo pezzo bellissimo, struggente. L’ha colpito a sorpresa una malattia degenerativa alle ossa. L’aveva raccontato lui stesso su Facebook, a fine maggio, ma senza piagnistei.

«Il buonumore tiene, la coscienza pure, il libro è iniziato stamane». Il libro era la sua autobiografia, La settima vita. E di cose da raccontare ne aveva Claudio. Un’esistenza pienissima, luminosa e ricca. Proprio come lui. Aveva cominciato nel circuito del rock alternativo, negli anni Settanta, come bassista degli Stormy Six. Poi la carriera da solo: visionaria, mistica, aerea, psichedelica: il primo disco acustico nel 1970 con Mauro Pagani, Viaggio, e poi Volo Magico numero 1, un capolavoro. Parte in India, torna e scrive Essenze facendosi accompagnare da Elio D’Anna degli Osanna e Mino De Martino dei Giganti.

Una vita pienissima. E tanta musica da far girare la testa: da Trilok Gurtu a Paolo Tofani degli Area, da Alice a Battiato, da Alberto Camerini a Franco Mussida... E tanta radio, programmi di culto come: Per voi giovani e Pop Off sulle frequenze di Radio 2. Proprio con Tofani aveva fondato il network nazionale RKC (Radio Krishna Centrale) con programmi dedicati a Vishnu, alla meditazione, alla spiritualità.

Negli anni Novanta continua a comporre: scrive musica, scrive poesie, sostiene l’apertura di «Re Nudo», la rivista underground, interpreta una parte nel film Musikanten di Franco Battiato. Non si fermava mai, Claudio, l’inarrestabile, il solare, innamorato dell’universo e delle sue creature: ascoltare per credere Sacred Planet, musica cosmica e sciamanica. Era magico, era gentile, era ispirato, con quella dose di follia che lo spinse a ideare e realizzare progetti apparentemente assurdi: nel 1999 nuova svolta, addio amici, si parte.

Per andare in Nepal dove rimase tre anni, fondando a Kathmandu, la prima radio indipendente nazionale «The Himalayan Broadcasting Company». Ne parlava con gli occhi che brillavano, che storia quella radio... Che emozioni quella gente, quei luoghi, quella valle sacra per gli indù e i buddhisti. Era un monaco, Claudio, un uomo che camminava a qualche centimetro dalla terra e la osservava con amorevole compassione. Dopo il Nepal un’altra grande sbandata: la Sardegna. 
Aveva trovato una casa a sud di Oristano, vicino a una montagna di pietra nera, da dove si vedeva il mare. All’isola dedicò anche un film, Pedra Mendalza. Era così Claudio Rocchi. Un vulcano in ebollizione. Uno sperimentatore. Un rivoluzionario. Uno che a un concerto di militanti comunisti a Ravenna fece ascoltatore il battito cardiaco di sua figlia nella pancia della mamma. Uno che continuava a fare quello che gli passava per la testa. Per esempio collaborare con una band dell’area psichedelica piemontese, gli Effervescent Elephants, ma soprattutto a fare musica con Gianni Maroccolo (ex Litfba, ex Csi). 

Un progetto bello - Vdb 23 /Nulla è andato perso - con disco, dvd e libro e i fondi trovati in rete grazie al crowdfunding. Un progetto al quale aveva aderito anche l’amico di sempre, Battiato. Rocchi raccontava spesso delle sue vite precedenti («aspirante santo», «aspirante pop star»), aveva mille aneddoti, aveva visto cose che noi umani fatichiamo anche a immaginare. A un certo punto aveva incontrato anche l’amore, Susanna Schimperna, alla quale dedicava (ampiamente ricambiato) meravigliosi post su Facebook e che sognava di sposare. L’altra notte una crisi più grave: pressione bassa, difficoltà a respirare. E poi ieri il tracollo.

Credeva nella reincarnazione e della morte non aveva paura («sostanziamente non esiste») ma lascia un grande vuoto in chi l’ha conosciuto, nei tanti fan guadagnati nel corso di una carriera che ha toccato ogni genere, che si è sempre rinnovata, guardando avanti, verso le nuvole, lungo la linea infinita dell’orizzonte. Buon viaggio, Claudio. Il volo magico è appena iniziato.

Daniela Amenta
L'Unità 19 giugno 2013


venerdì 27 settembre 2013

Te saluto Zanardi

Caro Paz, che anno era quando te ne sei andato? Il '98, l'88, il '78? Boh, buio profondo o desiderio di buio, che poi è lo stesso. Il giorno però me lo ricordo. Un giorno di giugno. "Noto fumettista stroncato da collasso". Tre righe lette su un quotidiano mentre un treno in corsa fischiava verso il mare. E d'improvviso il viaggio trascolarava. Senso di nausea. Paura. Vuoto. Ti ho pianto come un fratello. Il fratello fantastico e maledetto che noi, le donnine sopravvissute alla non-rivoluzione del post femminismo, post punk, post comunismo e post macedonia mista, sognavamo a fianco. Fratello eh, mica amante.
Troppo fico il Paz, troppo bello per sposarsi ai nostri giubbotti alla Fonzie, troppo geniale il Paz per camminare in sincrono coi nostri zoccoli e le gonne a fiori. Troppo audace da sostenere. Te ne sei andato come una canzone degli Who, immortale oramai. Te ne sei andato tra gli accordi di Strummer Joe e lì esisti, resisti. Come quel pezzo di Fossati che amavi: "Per niente facili, uomini sempre poco allineati". Solo che più ti cerco, meno ti trovo. E adesso, in questo millennio, mi sfuggono i tuoi Natta, i tuoi Pertini, i tuoi Craxi. Non ti capirebbero oggi Andrenza. Abbisognano di altro, io stessa abbisogno di nuovi tratti, altre passioni. Ora gli eroi hanno profili tecnologici, volti cellulari, arti digitali, visi tirati dalle frequentazioni in rete. Che ne sai Spaz? Che vuoi saperne: il Papa seppellirà Zanardi e tutti i cattivi del globo in una maestosa cerimonia, il Pci non esiste più e vien da pensare che non sia mai esistito se non come allucinazione collettiva e perfino la Lazio ha vinto uno scudetto. Qui gira tutto in fretta.
Anche la roba ha nomi di cocktail. Solo il prezzo resta invariato. Così come il costo del dolore. Ma non ti capirebbero Paz. Non capirebbero Pluto, le "vighnette", il "prima pagare poi disegno", quell'ansia di massacrarci e poi far pace con noi stessi. Gioventù bruciacchiata che "aveva 20 anni nel '77 e ora ne ha 18" e non cresce, non dimentica, conta i lutti e ti racconta come un nonno. Ma io più ti cerco e meno ti trovo in quest'epoca di Aids e giubilei, di Sms e cronaca mondana. Mi sfuggi super Apaz che ci facevi morir dal ridere con la Prolisseide ("ovvero tutte le persone famose che ho conosciuto") e piangere di sconforto con Pompeo. Nel frattempo ho conosciuto tua moglie, Marina. Bella come te, un po' meno sfolgorante. C'è l'idea di una Fondazione Pazienza. Storia nobile, vagamente tristanzuola. Chi ne usufruirebbe?
Già mi vedo, li vedo. La fila di reduci a pagare il biglietto in quel di Montalcino pur di sentirsi "forever young", a fare a gara a chi ricorda di più le battute, le matite, le citazioni. Caro Paz, ora appartieni a tutti, anche a coloro che non c'erano. Fa male. Fanno male le ristampe inutili, certe pubblicazioni all'odor di squalo, la suddivisione in parti eque del caro estinto. Fa male sentirsi tesserati di un movimento che non esiste più, analizzati come bestiole da stabulario, giudicati solo per la sequela di cazzate che abbiamo inanellato. Quelli di oggi, gagliardi e palestrati, non ti capirebbero. Non ci capiscono. Al fornaio mi danno del lei e mi chiedono se il tatuaggio sul braccio è opera dell'estetista. Cose d'Apaz, Andrea. Qui gira tutto in fretta. Non ti trovo ma mi manchi. Mi mancano le "sturiellet", i bestioni da cavalcare, le strisce acide in acido, le tristezze velenose, le fini irreversibili, irreversibili, irreversibili… Mi manchi, mi manco. Forse era amore




(Daniela Amenta, Ultrazine 2001)

sabato 21 settembre 2013

Amy Winehouse e un blues da piangere


Deve essere stato facile chiuderla nella sacca rossa, l'ultima concessione glam. Un metro e 59 centimetri per 45 chilogrammi appena. Facile tirarla su, portarla via, sotto il cielo color latte di Londra. Quarantacinque chilogrammi appena sconquassati da droghe, draghi e tatuaggi da pirata. Amy Winehouse esce di scena dal palchetto privato, numero 30 di Camden, e suo malgrado entra nella storia. Lei che proprio non aveva voglia di finire nell'almanacco del rock'n'roll, immortalata nel memorabilia dei fan affranti, dei vedovi e delle vedove con gli occhi bistrati e i capelli cotonati. Domani sarà il tempo dei cloni. Oggi non ci resta che quest'ultima immagine, la più vivida. Un sacco della polizia mortuaria. E due dischi.

Che Amy sarebbe morta giovane lo sapevano tutti. Tutti quelli che l'avevano ascoltata con un po' di cuore, oltre le orecchie. Il testamento era lì, a portata di mano, nota dopo nota. Diciamo che l'ennesimo big one, nel tumultuoso pomeriggio di un sabato britannico, è la cosa più scontata che abbia fatto negli ultimi anni. Ma a ognuno i suoi demoni, il proprio destino. Lei li aveva incisi tra l'eye liner e le corde vocali. Una voce magniloquente nonostante lo sterno minuscolo. Fragile come una meringa. Eppure quando cantava, la signoria Winehouse pareva una potente, solidissima ragazza nera. Una reginetta del soul, del rhythm 'n' blues. La madamina sboccata che intonava melodie antiche, complesse. La piccola ragazza con il seno da pin-up che usciva in vestaglia a buttare l'immondizia, rilasciava interviste al citofono, s'invaghiva di brutti ceffi. Perennemente in bilico tra scarpe troppo alte e roba troppo forte. Per questo, per questo suo ondeggiare infinito tra il culto e la mestizia dell'esistere, tra lo sguaiato e la nobiltà di uno sguardo disperato, per questo, per tutte le note stonate che non avrebbe dovuto prendere, l'amavamo. Noi amavamo la ragazza che si sentiva la meno amata.

Lo scarto tra l'aspetto e la voce l'aveva resa star, dilatandone la solitudine, la fatica di stare al mondo. Talento ne aveva. Tanto quanto ne buttava via. Lo sapevamo noi, lo sapeva benissimo lei, che gli dava il valore di un dono temporale, fugace. “Ho fatto un disco, ma in fondo è solo un disco”. “Canto, certo canto. Ma potrei fare anche la brava moglie”. Una cattiva ragazza che diceva parolacce, si faceva, collezionava storie sbagliate. E ora, a proposito di errori, il gioco dei rimandi e delle citazioni pare fuori luogo. Come un sacco mortuario rosso. Rosso come uno smalto sfacciato, un rossetto vistoso. L'ultimo paradosso.

Inutile paragonarla a Janis Joplin che sapeva stare dritta sul palco, anche dopo una pera, e aveva voce di catrame fuso. Billie Holiday, invece, le avrebbe regalato una gardenia bianca e magari avrebbero fatto a botte. La parabola di Amy nasce e finisce con lei, nell'arco di 27 fottuti anni. Lei, unica diva improbabile. Unica. Dunque questa storia si conclude con una sacca rossa, con la faccia triste di Reg Traviss tra i fiori di girasole, tra le banalità di mamma, papà e circo barnum discografico, resi celebri da una signorina bellissima e spigolosa.

Non ne nasceranno altre come lei. Per questo ci mancherà.
Ognuno ha un blues da piangere. Talvolta è alcolico, sbilenco e pazzo. Talvolta il blues è una donna. Con gli occhi tristi. Di foglia.  

Daniela Amenta
(luglio 2011)

giovedì 19 settembre 2013

Little Tony, ciuffi e spade




"Notte di colpo la notte il cuore che batte è fermo oramai"

Dalle parti di Via Ostiense, Roma, proprio sotto l'Unità gira un signore vestito più o meno come Presley. Giubbottino di pelle, gran ciuffo di un nero corvino, stivali con tacco importante. Un altro che imita Elvis? Pare di no, pare che il tipo faccia riferimento a Little Tony e che oggi niente birretta al bar. Oggi ha una spada nel cuore.

E non è il solo. Ognuno ha il suo personale ricordo di Antonio Ciacci da Tivoli, il rocker de noantri di origini sanmarinesi, morto lunedì a 72 anni in una clinica romana, consumato da un mieloma. C'è chi portava la sua foto dal barbiere pretendendo lo stesso taglio, chi aveva la cugina pazza d'amore che passava ore e ore in via Gregorio VII dove Little abitava, chi conserva i 45 giri sotto vetro e chi si asciuga una furtiva lacrima. Fatevi un giro sui social network. Neanche per Ray Manzerek dei Doors tanto spiegamento di omaggi (essì che la Rete è insuperabile a celebrare il lutto collettivo, ci sguazza come una prefica).

Su Facebook risuona compulsivamente Cuore matto, su Twitter #LittleTony è l'hashtag più rilanciato. Lo piangono i colleghi - da Emma a Giuliano dei Negramaro, da Finardi all’amico del cuore Bobby Solo - e soprattutto lo piange la gente comune con cui aveva stabilito un rapporto empatico, solido. Gente invecchiata con lui in allegria canticchiando «Dimmi la veritààààààààààà». Gente a cui regalò la colonna sonora degli Anni Sessanta, così spensierata, lieve, semplice. Uguale a un’Italia che non esiste più.

Faceva simpatia quell'ex ragazzo matto per Little Richard e Presley che intonava Tuttifrutti con la calata romanesca e che ha attraversato per mezzo secolo la canzone leggera con i pantaloni a zampa d'elefante e i cinturoni dorati. Numeri da record, i suoi: cinquemila concerti tenuti (dai ristoranti dei Castelli ai grandi teatri in America), 22 film interpretati, oltre 20 milioni di copie vendute, grande successo anche nell'Inghilterra degli anni Sessanta quando con il suo gruppo, i «Brothers», si trasferisce a Londra e sfonda nella Top 20 con Too Good , pezzo scritto da uno degli autori di Elvis. All’Ansa aveva raccontato: «Tornai in Italia senza una lira, con i jeans, il giubbotto di pelle da Teddy Boys alla Marlon Brando, gli occhiali da sole e volevo solo cantare in inglese. A Milano avevamo firmato un contratto con la Durium: avevamo fame, dormivamo in una pensione da 300 lire a notte e mangiavamo in un'osteria a 150 lire. Mi dissero che se volevo cantare in inglese avrebbero stracciato il contratto. Non avevo scelta».

Quella di aver scalato la classifica inglese era una delle medaglie che si appuntava con più soddisfazione sul bavero. «Altro che Vasco», diceva Tony l’orgoglioso. Poi c'era, c’è, tutto il resto, ovvio. La villa tipo Graceland sull'Appia con statua del Little alta quattro metri, una collezione di abiti da scena da far impallidire Moira Orfei, le parti interpretate col sorriso sfrontato nei musicarelli, la sequenza ininterrotta di Festival di Sanremo e Cantagiro, il connubio con Bobby Solo e un certo antagonismo con il Molleggiato. Nella melodia italiana Little (neppure i parenti più stretti pare lo chiamassero Antonio) inserì i battiti veloci del rock'n'roll che tanto amava, uniti a una pulsione erotica mai sfacciata, più giocata sull'occhieggiare che sul roteare del pelvico bacino.

Sex symbol casereccio insomma, ma così allegro e gioviale da risultare irresistibile per un paio di generazioni di signorine regolarmente omaggiate in Bada bambina, Riderà, Ventiquattromila baci . Nonostante lo stuolo di fan ebbe «solo» due mogli: il primo matrimonio durato vent’anni con Giuliana Brugnoli, ex hostess, morta nel 1993 per un tumore e madre di Cristiana. La seconda, Luciana Manfra, sposata nel 1999, sua corista, 25 anni meno del nostro, coetanea della figlia. La parola più ricorrente, nella lunga carriera del «piccolo Tony» è stata cuore: La spada nel cuore, Cuore Matto, Cuore ballerino, Col cuore in gola . E nel 2006 fu proprio il cuore a giocargli un brutto scherzo a Ottawa, durante uno show. Se la cavò per un soffio.

Quando si rimise in piedi decise di diventare testimonial di un prodotto anticolesterolo. Sembra che dopo quell'incidente fosse diventato ipocondriaco, più attento alla salute. Purtroppo non è servito a nulla. Così suona amaro il titolo del suo ultimo disco, del 2008, Non finisce qui . E invece la parentesi terrena dell’ex urlatore è finita e si è conclusa in grande stile grazie all’affetto della gente, la sua gente, radunata per i funerali al Divino Amore, uno dei santuari più amati dai romani. Lo celebrano loro più dei nostri «coccodrilli». Loro che lo hanno seguito nella buona e nella cattiva sorte, spellandosi le mani anche quando lo show business lo aveva dimenticato. Saranno altri 24mila baci e spade nel cuore e profumo di mare e una vita intera da salutare. Tra un ciuffo malandrino e vecchio rock’n’roll.

Daniela Amenta
(l'Unità 30 maggio 2013)

martedì 3 settembre 2013

Il divino Joe Strummer




Nato ad Ankara il 21 agosto del 1952, morto a Broomfield il 22 dicembre del 2002. Chissà come avrebbe festeggiato i sessant’anni Joe Strummer, leader sempiterno dei Clash, l’ultima grande icona del rock che toglie il fiato, chissà se avrebbe imbracciato la chitarra e insultato i potenti. Chissà che faccia a rivedere i vecchi amici - da Shane MacGowan dei Pogues a Billy Bragg - tutti chiamati a raccolta nel Somerset per Strummer of love, il festival che la famiglia ha voluto organizzare in sua memoria. Tutti qui riuniti, in questa contea verdissima e very british, per rendergli omaggio, fare casino, brindando con birre, svisate e ricordi. Una maratona sonora chiusa lo scorso 19 agosto proprio da Mick Jones, contraltare nei Clash, che con gli occhi lucidi e il vestito buono ha salutato la gente dicendo: «Joe è nei nostri cuori, corpi e anime. Ci manca tanto».

Passione totalizzante
Ci manca, non ha mai smesso di mancarci in questi dieci anni volati via. Morto per un infarto dopo una vita randagia, morto poco prima di Natale come in un romanzetto dal finale poco attendibile. Lui era Clash. Lo scontro, la sbandata, il botto, l'esplosione in testa. Joe, simbolo del pelvico bacino due decadi dopo Presley. Più che una star. Era - rimane - passione condivisa da una, due, tre generazioni. Più che un musicista, moltissimo di più. Che quando si tirano in ballo i Clash si parla di un amore totalizzante, di fette cospicue di immaginario, di gente che ti incollavi il poster in cameretta e ci parlavi, condividevi, ti vestivi uguale, parte di te. Di noi.

Joe lo strimpellatore, detto anche Woody, come quando suonava l'ukelele nel metrò, nelle case occupate. Metà busker, metà rocker, metà squatter. Magnifico ibrido. Cuore meticcio e testa a mille. Arrivò con un urlo e uno sberleffo il redentore sbilenco del rock'n'roll, che in realtà è solo folk amplificato, vive in strada, attraversa le radici popolari, i sogni comuni e li trasfigura. Si faceva chiamare Joe Strummer il nostro folkman preferito, il nostro Woodie Guthrie del'77 e aveva camicine incollate sulla pelle, stelle rosse da sceriffo brigatista, cravatte da cowboy e stivali sbeccati. Dicono: fu solo il profeta del punk. Cazzate. C'è così tanta musica nei Clash che tutto il resto pare silenzio. C'era il reggae selvaggio di Notting Hill, c'erano il fischio dei lacrimogeni, l'urlo delle molotov, l'honky tonky sgangherato dei bar all'alba, il gracchiare di mille juke boxe che macinavano 45 giri. C'era il funk negrissimo e c'era il dub di Giamaica, tempi raddoppiati, ok che diventava okkey, facciate zeppe zeppe, bianchi vestiti da brothers, rock'a'billy e roots, canzonette e inni, Sam Peckinpah e tutto il Far West.

C'era la consapevolezza che la musica potesse essere rivolta e che, anzi, cadenzasse quei giorni di piombo e morte, giorni fantastici e paurosi, indimenticabili. Strummer usciva dai dischi, scendeva in piazza con noi, occupava le università, strillava: «Siete pronti per lo scontro ?». Pronti, certo, con la chitarra di Joe, uguale a quella di Woody, strumento contro i fascisti. Pronti e senza paura. Eravamo un esercito di ribelli e danzavamo in aria. 

Londra chiamava. L’Italia rispondeva. Era il 1980, a Bologna, in piazza Maggiore. I Clash iniziarono il concerto con due ore di ritardo per colpa di Topper Headon, un signor batterista, che si era perso chissà dove. Poi fu la sacra estasi e la celebrazione del culto. E così a Firenze dove rito punk imponeva che il frontman di un gruppo venisse coperto di sputi dalla folla molto scalmanata sotto il palco. Joe nella luce bianca era come il Cristo di Pasolini, fosforescente, lavato, bagnato, benedetto, maledetto dalla doccia collettiva. Lui immobile, scolpito nei calzoni di pelle aderentissimi, spalle dritte da vero gladiatore e occhi sgranati da martire sul Golgota. Silenzioso sotto il fascio di luce. Lui che raccoglieva gli sputi, tirava fuori il pettinino dalla tasca posteriore e si allisciava i capelli. Come potrebbe non mancarci?

Come Peter Pan
Pensavamo non finisse mai. E poi finì nell'82, con Combat Rock, l'album dei record, che avrebbe dovuto contenere una sola canzone, l’unica che ci riguardasse, l'epitaffio: Straight To Hell. Era il necrologio dei Clash e di noi tutti insieme senza più poster in cameretta, sopravvissuti agli incendi, agli assalti. Orfani e dritti all’inferno. Joe continuò da solo e con i Mescaleros, ma non fu più, mai più come allora. Se ne andò a vivere nel Somerset, tra fiumi e colline, con moglie e cani. 

A marzo del 2003 sarebbe entrato nella Hall Of Fame, consegnato alla storia ordunque, e derubato alla nostra. Non ci arrivò. L’ultimo show lo dedicò ai pompieri di Londra in lotta. Quelli che spengono i fuochi di noia della Londra che brucia. Poi è tornato a casa per il Santo Natale, ha portato i cani a spasso, si è seduto e ha urlato forte: «Siete pronti per lo scontro?» come ai tempi di Career Opportunities, come quando cantava: «Spero di andare in paradiso nel 1977 perché ho preso il sussidio troppo a lungo». Dieci anni fa, un battito di ciglia. Dieci anni fa e ieri un compleanno festeggiato su Facebook, ognuno con la sua brava fotina di Strummy, per fingere che la Fender nera continui a eruttare note e i cannoni di Brixton a svegliare la gente nel cuore della notte.

Pensavamo fossi Peter Pan. E invece te ne sei andato, divino e improbabile. Unico. Ma siamo ancora pronti per lo scontro, Strummy. Dacci i tempi. Vedrai che fiamme.

Daniela Amenta
(L'Unità 22 agosto 2012)

J.J. Cale, my favourite "Guitar Man"





Poche righe sul suo sito in sintonia con la sobrietà  ruvida del personaggio. «JJ Cale è morto alle 8 di sera del 26 luglio allo Scripps Hospital di La Jolla, California, per un attacco di cuore. Non servono donazioni ma visto che l'artista amava gli animali, potete fare beneficenza a qualsiasi ricovero per bestiole in difficoltà». Punto. Poche righe e un grande che se ne va, JJ il solitario, nato nel 1938 a Oklahoma City, cresciuto a Tulsa, figlio di un'America in bianco e nero. 

Una decina di dischi in quarant'anni di carriera, rarissime apparizioni live. Un'esistenza ai margini dello show business  quella del «trovatore» Cale. Il mondo vorace del rock  tentò di cavalcarne il talento magnetico, sornione, morbido come seta. In realtà fu JJ a domare la bestia  luccicante costretta a versare ogni mese centinaia e centinaia di dollari di royalties sul suo conto, permettendogli dunque di non venire a patti con alcun compromesso e di ritirarsi quando era ancora giovane in un ranch nel deserto meridionale della California. Qui abitava con i suoi cani. 

Quando aveva voglia mister Cale montava in macchina, arrivava in città come un cowboy in libera uscita e incideva un disco. Tutto qui. Eppure il suono è unico. Quel modo di far vibrare la chitarra. Il timbro di JJ. Un mood pigro, una voce  «laconica», quasi monocorde, perfetta per raccontare storie di confine, amori veloci, pezzi ombrosi e frastagliati di States. Una voce per ballate introspettive, vagamente malinconiche. Quello di Cale è uno stile prezioso dentro il quale si muovono pochi generi essenziali: il blues, il country, il rock'n'roll.

 L'apice della carriera è negli anni 70 quando Eric Clapton si invaghisce di After Midnight, un brano che JJ aveva composto un decennio prima. È grazie a quella canzone che Cale riesce a firmare un contratto discografico. Nel 1976, poi, la svolta con Cocaine, 2 minuti e 48 secondi in quell'album bellissimo e seminale che è Troubadour. Clapton produce la sua cover: un successo stellare. Ma non è solo slow hand a godere del genio di JJ. Una lista infinita di artisti ha saccheggiato il suo repertorio: Santana, The Band, Captain Beefheart, Johnny Cash, Randy Crawford, i Deep Purple, Dr. Feelgood, Lynyrd Skynyrd, Tom Petty. 

Pochi dischi ma grandi perle: Call Me The Breeze, Magnolia, Bringing It Back, Cajun Moon. Senza JJ non sarebbero esistiti, probabilmente, neppure i Dire Straits. Se ne va in silenzio il nostro Guitar Man preferito con gli occhi azzurri piantati a guardare l'orizzonte immenso del deserto. Se ne va a passi lievi, con le sue note perfette, con il suo blues da piangere che oggi è anche il nostro.

Ciao Willy De Ville, pirata del rock

Perfino Wikipedia,  sempre attenta a battere la concorrenza sull’ora delle morte e ad aggiornare il presente  in passato remoto, ci ha messo qualche minuto di troppo. Willy DeVille non era così famoso. Però lascia un vuoto simile a una voragine per chi lo ha amato, e pure la consapevolezza che il rock scivola grandioso come il tempo. Grandioso, inesorabile. Willy se ne va. A 59 anni, tumore al pancreas. Sul suo sito una nota a giugno. “Con il cuore spezzato vi annunciamo che i dottori  gli hanno diagnosticato un cancro”. Date del tour annullate.  Ieri sera poche righe. “Con il cuore pesante rendiamo noto che Willy è passato a miglior vita, serenamente”. C’è sempre un cuore che batte, perfino di troppo, nell’opera di questo americano meticcio. Era secco come un chiodo William, detto Willie. I capelli lunghi, i baffetti, le camicie con lo sbuffo e l’orecchino. Un corsaro, un pirata, un Capitan Uncino. Suonava rock ibrido, macchiato da mille contaminazioni nell’epoca consegnata alla purezza degli stili. Lui no. Lui shakerava . Metteva il punk assieme alle influenze latine, i quattro quarti dei vicoli con il lirismo, la poesia affranta con storie di donne e di coltello. Melò imprevedibile. Metà indiano d’America, metà irlandese, metà basco. Alcolico.  Meraviglioso "cane randagio".

Cominciò la storia nella New York algida tra i ‘70 e gli ’80. Si chiamavano Mink Deville. Della formazione nessuno ha più memoria. Ma c’era lui, a volte con la giacchetta da domatore, altre con la canottiera. Lui. E quella chitarra caldissima e dolorante, la voce nasale e un po’ drammatica, la faccia da volpe a reinterpretare “Hey Joe”, come neanche Jimi Hendrix tra  una tribù di ispanici. Ci sono dischi che vale la pena rispolverare e baciare esattamente al centro, per non inumidire il vinile. Dischi tipo “Cabretta” con “Spanish stroll”, sgangherata e imponente.  Dischi come “Return to Magenta”, violento e pistolero, o come “Coup de Grace”, dove il colpo di grazia del punk si sposa al Martedì grasso, alle nenie di New Orleans e ai titoli di canzoni degli Stranglers e dei Plasmatics. Cajun e blues di fango.  “Ho problemi con la band, coi manager e con me stesso”, diceva Willy. Poi, però, staccava la chitarra dal chiodo e tirava fuori dal cilindro operine oblique. Tipo “Le chat Blue”. Quando, anni dopo, venne a Roma a raccontarcelo si accompagnava a una bionda svampita, con un gatto tatuato sul braccio. Lei tutta fusa, minigonna e denti da vampiro. Lui ringhiante e ormonale. Pomiciarono anche sul palco del  Palladium, club  alla Garbatella, incuranti come una coppia da fumetto trash, un po’ Walt Disney, un po’ Corto Maltese, mentre la gente si spellava le mani. 



Pochi album da top ten, forse “Miracle”  (’87) su tutti. Poi capitoli aperti, chiusi, ottimi produttori, ma quell’ansia di farsi male, provocare, ferirsi  fino a vedere il bianco dell’osso che non ingrassa il business. Quindici anni di fuga  tra New Orleans e il Southwest   con la seconda moglie, Lola, “il gatto blu” , morta suicida mentre lui si faceva di eroina. Poi la svolta con Nina, la terza affettuosa compagna. Quindi  qualche disco minore.  Vale la pena ricordarlo con  “Loup garou”, dove interpreta la parte dolente del lupo mannaro. C’è la canzone che chiude l’album, “My own desire”, che è un piccolo, prezioso testamento. La ninna nanna del vampiro, dove i sospiri hanno timbri da crepuscolo, a dispetto delle sbornie salsere. “Demasiado corazon”  batte cassa, ma in lontananza.
Chiude l’epopea “Pistola”, del 2008. Nitroglicerina bagnata. Ci resta tutto il resto, però.  Willy il bucaniere ci resta. Con la chitarra come una spada sulla prua di una nave fantasma. A indicarci l’isola che non c’è mentre la truppa fischia furiosa un rock’n’roll  d’annata. Ci resta una parte di lui. Se ne muore un pezzo di noi. Cuore compreso.

Daniela Amenta
(L'Unità 26 agosto 2009)