Visualizzazione post con etichetta memory. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta memory. Mostra tutti i post

domenica 19 febbraio 2017

Sulla generazione che non ha perdonato Cobain (e invece sarebbe ora)

Appena si seppe, appena arrivò la notizia furono prima lacrime, poi disperazione, poi veglie, infine l’incapacità di gestire la realtà. L’8 aprile del 1994 la “Generazione X” si trovò a fare i conti con un lutto che, ancora, in molti, non hanno alcuna intenzione di metabolizzare. In parte dipende dalla stessa mitologia del rock, in parte è roba da lettino freudiano. Si chiama negazione, gettonatissimo meccanismo di autodifesa in caso di tragedia collettiva. I ragazzi e le ragazze degli anni Novanta all’improvviso provarono la desolazione dell’assenza, sentimento ben più compatto e aguzzo dello spleen di chi non ha un posto dove andare, un posto nella vita.

Alle 8.40 di tre giorni prima, secondo l’autopsia e le notazioni del Coroner, Kurt Cobain aveva premuto contro di sé il grilletto di un Remington-11, fucile semi automatico usato anche durante le guerre in Vietnam e Corea. Un colpo che non era, non è, la sconfitta di un solo uomo ma di milioni di fan in gramaglie, dei teenager di ieri. Perfino l’estetica del gesto è devastante da capire, figuriamoci da introiettare: quel volto bellissimo, angelico e disperante, massacrato da un proiettile. La negazione del sé, della stessa immagine dei Nirvana, la frantumazione dell’io, lo sfregio. Ecco, anche la violenza del rito autodistruttivo, l'esegesi tragica del male oscuro, non hanno aiutato gli orfani di Cobain che negli anni hanno dato vita a una mostruosa e gigantesca messa in scena pur di dirsi che lui no, il loro Kurt, l’icona del grunge, non l’avrebbe mai fatto, mai. Delitto, è stato un delitto.  Cominciò ad avanzare ipotesi in puro stile complottista Richard Lee, giornalista in vena di scoop. E nel tempo le congetture più bizzarre, audaci e imprevedibili hanno “riempito” l’assenza, il vuoto, rimbalzando come biglie tra libri, film, programmi televisivi, forum di discussioni.

Così il 20 febbraio, in occasione dei 50 anni mai compiuti da Cobain, arriva in Italia (con un discreto tempismo macabro) Chi ha ucciso Kurt Cobain?, documentario che ripercorre gli ultimi giorni del leader dei Nirvana, fino alla fine: il corpo riverso nel garage del villone a Seattle e accanto il pacchetto di American Spirit nere, nere le Converse, neri gli occhiali, nera la biro infilata nella terra di un vaso a tenere ferma, immobile la lettera d’addio. E poi il kit da tossico, i 120 dollari sparpagliati, le cicche, il quadretto amaro di tutta la desolazione cantata da Cobain nella sua breve parabola su questa terra. Protagonista principale del doc non è il caro estinto ma Tom Grant, investigatore privato che fu assoldato da Courtney Love per rintracciare il marito in fuga dal rehab di lusso a Los Angeles.

Anche Grant sostiene, ovvio, che qualcuno volesse morto Kurt. E gli indizi, guarda un po’, portano tutti alla bella e inquieta vedova. Che, di par suo, ha ingaggiato squadre di avvocati, raccontato la sua versione della storia attraverso testi, pubbliche confessioni e pellicole autorizzate (una è Montage Of Heck di Brett Morgen, del 2015).  Festa mesta, dunque, per Cobain. Così celebrato, citato, eppure - pare - mai ascoltato sul serio. Prego, rileggersi i testi, provare a capire il senso di un suono oltre alla nostalgia per le camicie a quadri che indossammo. Il senso di morte è così presente, totalizzante, da fare male. Già da Bleach , l’album che apre ufficialmente le danze della carriera dei Nirvana. La prima canzone si intitola Blew, e fa così: Se non vi dispiace vorrei tirare il fiato/ Se non vi dispiace vorrei lasciarmi andare/ Se non vi dispiace vorrei lasciare/ Se non vi dispiace vorrei respirare.

E così è pure nel pluridecorato Nevermind che, tra l’altro contiene, Endless, nameless. (Silenzio/Sono qui/ Sono qui/ Silenzioso/ Splendente e pulito/ È ciò che sono. Sono morto/ Morte/ Con violenza). Fino alla tragedia di In Utero, opera che nella sostanza è un testamento. Chi scrive recensì all’epoca quel disco per il Mucchio Selvaggio, tra le più blasonate riviste rock. Cercò di spiegare perché i Nirvana fossero così respingenti, feroci, a tratti insostenibili. I fan non apprezzarono. Però sarà il caso di far tirare il fiato anche al fantasma di Kurt, farci pace.

Dire, dirci che non esiste metafora nella poetica di Cobain, non c'è pelle a dividere i piani, nessuno spessore tra il sé e l'artificio artistico. Cobain era quello che cantava, che urlava, che piangeva e distruggeva, piangendo e distruggendo se stesso. Tutto così chiaro e manifesto, nessuna finzione, una lacerazione nelle carni e nel cuore, un’autenticità che toglie il fiato, la passione di un Cristo che sa che non esiste redenzione, né riscatto. Non era neppure più musica, a un certo punto, ma la deflagrazione totale, consapevole, di un uomo baciato dal genio e che del genio non seppe che farsene, se non considerarlo un’altra trappola in cui suo malgrado era caduto.

Nella lettera d’addio dedicata a Boddah, l’alter ego del Cobain bambino, è tutto detto. E nonostante la disperazione, quel ragazzo di 27 anni al cospetto con la propria fine è così lucido da scrivere: «Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai». Forse avrebbe dovuto aggiungere, come Pavese, «non fate troppi pettegolezzi». Della perdita di relazioni con l'io interiore, la disidratazione di sentimenti, la cesura con ogni ancoraggio possibile aveva detto anche Ian Curtis dei Joy Division. Sembra di leggere lo stesso terribile copione già scritto, archiviato, in Disorder, un pezzo del 1979: I've got the spirit, but lose the feeling, Feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling. Niente emozioni, e per favore niente pettegolezzi, che il defunto li odiava. Ma per una rockstar è impossibile sottrarsi al chiacchiericcio compulsivo, alle fandonie, alle congiure, alle fantasie. A una rockstar non è concesso riposare in pace e, meno che mai, scegliere il suicidio per uscire di scena. Il suicidio non si perdona a un comune mortale, figuriamoci a un divo. L’overdose è contemplata nel rock, l’incidente selvaggio è previsto, perfino l’omicidio ma non il più estremo dei gesti, quell’«atto di ambizione che si può commettere solo quando si è superata ogni ambizione». E poi diamine, aveva tutto Cobain: bello, ricco, famoso, talentuosissimo, con «una moglie divina che trasuda empatia» e una figlia che gli ricordava troppo «di quando ero come lei, pieno di amore e gioia».
C’è che in fondo, nel fondo di questa smania a cercare colpevoli, nelle foto pubblicate dal luogo della morte, nella morbosa pratica autoptica a caccia di indizi, si restituisce a Cobain solo la parvenza. Quasi che anche la sua fine facesse parte dello spettacolo. Solo spettacolo, solo show pure la solitudine e il dolore. Domani, 20 febbraio, per i 50 anni che Kurt Cobain non ha mai festeggiato, dovremmo invece tenere soltanto l’amarezza vicina al cuore. Keeps the bitterness close to the heart. E lasciarlo andare, finalmente.


La traduzione dei testi dei Nirvana è opera degli autori di Nirvanaitalia.it, a cui vanno i miei ringraziamenti. 

Daniela Amenta
(L'Unità, 19 febbraio 2017)

domenica 26 gennaio 2014

Gigi Paraggi e la notte putiferia




nel quartiere viale marconi o diventavi coatto, o soccombevi. prendevi sganassoni che levate anche perché la peggio gioventù stava là . quelli della magliana ce stavano, e certi fasci torvi e incazzati, pippati e black, de rapina, de morti ammazzati. pronti a tutto. mannaggia a loro. grossi e 'nfami, appostati al bar subrizi, che era un covo de casino, e se non ti sapevi difendere te la vedevi brutta. a rischio de portaje i cappuccini tutta la vita. se t'andava bene.

l'idolo nostro fu quindi gigi paraggi che era un nano, alto come noi rigazzini. gigi non era propriamente nano, aveva un morbo, che si chiama osteogenesi imperfetta che gli rendeva le ossa piccole e fragili, e gli occhi di un indaco nebbioso. poi si scoprì che anche un re importante stava come gigi nostro, e il jazzista petrucciani, l'uomo che faceva ridere il pianoforte e impazzire le donne, l'artista che suonava tutta la fretta del mondo perché non c'aveva tempo da perde. e infatti quando ascolti 'sta musica meravigliosa, cascate di note d'argento e tramonti sui pianeti pazzeschi, pensi che gigi si meritava intorno gente come a michel, e dischi di diamante fuso all'antracite e a fiori di pesco di giardini. a cose bellissime, insomma. mortaretti de stelle.

invece gigi nacque a viale marconi. e a viale marconi ce stavamo noi, solo noi, co le bolle in faccia e le magliette strette strette alla moda de raffaella carrà. era intelligentissimo, però. un essere superiore nonostante la statura minuscola. una lingua da crotalo. sveglio, cazzuto. cattivo ma equo. e nessuno si permetteva de pijallo in giro.
il sogno di gigi era di poter gareggiare nel derby calcistico marconese-ostiense, in porta. ma questo, nonostante venisse rispettato pure dalla banda del bar subrizi, non gli fu mai consentito. cosicché gigi ci schierò a noialtri rigazzini nell'epocale match che si svolse nella marana teverina, precisamente al campetto infernale lungotevere di pietra papa, un posto tanto lercio e zozzone che anche gli zingari s'erano rifiutati d'accamparsi. il match dei match andò in notturna, con il contributo di quattro fiat e un par di motorini che ci spararono addosso le luci dei fari per illuminare il rettangolo di giuoco.

eravamo un 4-4-2 classico, detti la squadra der nano, tutti nani, anni compresi tra 11 e 13, vestiti di rosso perché gigi disse: "dovemo sembrà diavoli e marziani, esseri imprendibili e un po' malvagi, e sfonnali psicologicamente". in porta il nostro lev jashin coi guanti di lana acquistati all'upim che "la lana trattiene la sfera di cuoio che se incolla ar tessuto".
contro avevamo il real san paolo, che s'allenava in basilica. gente grossa di 17 anni e più. finì con un pareggio, e quindi vittoria per noi, e gigi paraggi l'immenso che parò un corner radente e infido. la sua prima, ultima parata. gigi se ne morì come avevano detto i dottori, che non sarebbe mai arrivato ai 30anni. ne aveva 29 il giorno del match. ne uscì in trionfo e a quelli del bar subrizi glielo disse. gli disse: "d'ora in poi a tre palmi dal culo de sti rigazzini, sennò ve faccio magnà er core". e quelli zitti.

nella chiesa santi cosma e damiano, che non era una chiesa ma un garage, partecipammo tutti al funerale. don angelo ci permise di fare la messa beat. cantammo per lui, il nostro amato gigi, la canzone “il testamento di tito” con don angelo che s'attappava le orecchie per via dei brividi apocrifi.
fu il mio primo amichetto morto, il maestro d'arte coatta. che è morto, però, lo capisco solo oggi. che c'è un cielo d'indaco nebbioso.
bella gi', ce manchi.

daniela amenta
2003



lunedì 28 ottobre 2013

Lou Reed, l'ultimo scavalco

Nel luglio del 2003 ero disoccupata. Nel luglio del 2003, il 24 luglio, Lou Reed suonò all'Auditorium di Roma. Pur di vederlo scavalcai. Questa la cronaca



trascuriamo il fatto che lou dimentica di lasciarmi un pass access all areas e che per arrivare a 40 mi mancano 35 euros. trascuro e provo il primo scavalco in stile, imboccando direttamente con l'auto presso l'ingresso tecnico e tentando il colpaccio seppur sul tavolo sia già stato calato un colore e io possieda only una coppia di jack.

l'omino della metropol, ligio al compito, mi ferma. ostento conoscenze altolocate, tal gianni bianchi - joe white se l'omino fosse stato d'albione - che m'attende con lo stesso mister reed direttamente nel backstage. mi dice male. perché il metropolman ha una fottuta radioricetrasmittente, e chiama ora salvo, ora lillo per accertarsi che l'inesistente gianni bianchi stia waiting proprio me. e mi fa perdere pure minuti preziosi, mentre la sottoscritta sbuffa annoiata, come a dire: "aho, ma te pare che te racconto na calla?" . dura quasi un quarto d'ora l'attesa al cancello tecnico, a base di america me senti?, senti salvo qui c'è na giornalista..., finché retromarcio e provo l'ingresso duro agratis, ovvero dall'entrata principale.

che lou reed mi stia aspettando, è chiaro. come arrivo parte street hassle, che riconosciamo in tre - io e altri due sficati posti al lato della cavea dell'auditorium - mentre il pubblico di merda (fate largo all'avanguardia - cfr opera omonima - antoni freak - bologna) sbadiglia e sonnecchia sotto il cielo stellato. l'ingresso duro è durissimo. un gentile ma ostico in doppiopetto grigio sbarra l'accesso anche a un babbo con creatura a carico: "lo vedi, lo vedi apapà? quello a tre quarti è lui, è lou(i)". le note inequivocabili di the bed m'impongono d'agire. m'incammino verso l'ingresso "super super special guest". mi ferma un altro in doppiopetto. "dove va?", fa minaccioso. "al concerto" , squittisco, "ah prego", commenta addentando pane e volpe.

m'inerpico. tento ingressi via toilette, via cantiere dove stanno sistemando piante e panchine. e proprio via cantiere, maledizione, m'imbatto in uno dei roadie di lou. alto, biondo yankee, auricolare, pantaloncini corti, pass plasticoso appuntanto sul notevole pettorale.
dice in perfetto romanico: "ma da dove s'embocca?". come da dove s'embocca? lei non lavora qui, non è un american boy?
ok, stringiamo portoghese sodalizio in un secondo. io non ho il biglietto, lui neppure, e non è il roadie di reed. 

strisciando come vermi, raggiungiamo finalmente la cavea. ci fermano di nuovo. il falsissimo roadie si finge marito a me (la mia signora necessitava di un quarto di mineral e ci siamo persi) e finally - in stile un uomo e una donna - ci accomodiamo sulle note di venus in furs. il pass che il giovinotto sfoggia è in realtà un gadget della omnitel.

non si sente una cippa, quantunque la locazione sia da 40 euros, centesimo più, centesimo meno. manca il drummer, ma c'è una batteriola elettronica, reed è in jeans e t-shirt nera, e la grandissima jane scarpantoni con violoncello suona elettrica e tesissima. segue fluorescente versione di dirty boulevard, con accompagno mimico del maestro tai-chi del Nostro. si strotolano: sunday morning unplugged, e all tomorrow's parties irriconoscibile, tutta di traverso, strozzata in gola. poi call on me sporca e malvagia, pura jazz poetry con the raven fino ad un'epocale set the twilight realing con mike rahtke alla guitarra, fernando saunders al basso e sua eccellenza the reed a spingere sui pedali di tutti i distorsori. fine. applausi. e bis. lou presenta anthony - voce d'angelo trans, un falsetto da coro bianco della sistina, struggente - e insieme acustici snocciolano candy says, perfect day e walk on the wild side che pare una cover dell'originale, tanto è sbilenca, obliqua.

buon concerto, se l'avessi seguito tutto per intero. avrei da discettare sull'acustica dell'auditorium di roma, e qualche rallentamento di troppo. ma sarei poco credibile, viste le circostanze.e infine. m'imbatto nel traffico dei gitanti di caetano veloso, gratis pure lui, in piazza del popolo. fra 10 giorni la capitale rimetterà il silenziatore. viviamo come le falene, solo d'estate. d'inverno ci s'accontenta di gerry scotty, e al massimo si sceglie di scegliere tra un sugo pronto knorr e 4 salti in padella.
portami via, lurid.


24 luglio 2003



martedì 1 ottobre 2013

Il calcio ha una gonna rossa


Quando dicono che il calcio è morto, io penso a uno che si chiamava Garrincha, con le gambe storte e zoppe. Ma soprattutto penso a loro, le Cholitas. Le madri del Cholo, l’argentino Diego Pablo Simeone, e di tutti i meticci del mondo con le facce da ladro e la volontà di ferro.
Solo chi è Cholo - mezzo sangue – può sapere cos’è l’orgoglio. Ce l’ha impresso nel codice genetico, lo porta appeso nei tratti, nel profilo. Visi da mulo, zigomi schiacciati, nasi incollati alle guance. In America li chiamano “buckwheat“, cioè “grano saraceno”, spighe brune che servono a fare le pagnotte.

Le Cholitas, però, lo sanno bene che il calcio è vivo. E che talvolta lotta assieme a noi. Negli spalti di un qualsiasi stadio dell’universo. Nel cuore di un tifoso qualsiasi che esulta o che maledice la sorte e se stesso. Nella palla qualunque che entra in una qualsivoglia rete e che per un secondo firma l’apoteosi.
Le Cholitas, le donne ibride della Bolivia con la pelle scura e la treccia lunga e nera, lo sanno. Perché giocano al pallone. E’ l’unica squadra che da secoli si tramanda di madre in figlia l’arte del dribbling, della punizione e del calcio d’angolo.
Nel paese sull’altopiano, 3.800 metri sul livello del mare, c’è poco da mangiare. Terra secca con pezzi di pepite d’oro dentro. Ma quando si prova a coltivare il “buckwheat” degli States, il grano saraceno che rende dorata una fetta di pane, le zolle non vogliono saperne. Le Cholitas si spaccano la schiena. Portano acqua alle sementi, al cavolo e al pejote, pregano tutte le Madonne. Scavano, modellano la sabbia dura, gelata d’inverno, arsa d’estate.
Poi, alla domenica, fanno pace con i campi. E giocano. Il prato è di fango. Al posto delle porte ci sono due sacchi pieni di lana, due vasi di fiori, due buste con le pietre dentro. L’unico maschio consentito in gioco è l’arbitro. Gli altri stanno fuori, a guardare.

Dovreste vederle le meticce. Gonne lunghe, rosse. Scarpe rotte. Scarpe improbabili da ginnastica, legate coi lacci alle caviglie. Consunte, zozze. Troppo larghe, troppo strette. Oppure sandali di cuoio aperti, che il piede si rattrappisce solo a vedere i sassi.
E, insomma, le Cholitas si scaldano. E sulle gonne rosse, fino alla caviglia, spesso indossano maglie bianche ed azzurre. Per via del cielo, dicono. Non sono giovani, anzi. Ma il pallone è l’unico gioco consentito, lassù, dove l’aria pesante sconvolge. E più cresce l’età, più si accampano diritti e più è facile trovare un ruolo. Quindi giocano. Giocano nel fango, sotto un sole implacabile tanto è vicino.
Chi vince si porta a casa: a) un montone; b) un pallone; c) una lattina di Coca Cola. Primo, secondo e terzo posto in classifica. E gareggiano. E corrono per il sangue delle gonne rosse, e per il cielo delle maglie. Per uno spicchio di libertà guadagnato spingendo la palla oltre. Oltre le montagne, le rocce, l’orizzonte cupo, le nuvole spesse e il raccolto magro. Giocano, tirano, urlano gol che nella lingua dei meticci vuol dire “ci sono”. E tanto basta per prender fiato e mangiare a morsi il vento, e abbracciarsi come sorelle e ridere di niente.
In Texas, una squadra di professioniste di calcio femminile ha voluto chiamarsi “Cholitas”, in loro onore. Sono certa che le mezzosangue della Bolivia neppure lo sappiano. Ma ripetano il rito del pallone, indifferenti alle nostre regole. Un fischio dell’arbitro ed entri in campo. Tre fischi ed è finita. Sotto il prato che non c’è, si stende come un gatto pigro l’America Latina.
Le Cholitas tornano a casa.
Domani ci sarà ancora da zappare.

Daniela Amenta
(Per Zazie, 2002)

venerdì 27 settembre 2013

Te saluto Zanardi

Caro Paz, che anno era quando te ne sei andato? Il '98, l'88, il '78? Boh, buio profondo o desiderio di buio, che poi è lo stesso. Il giorno però me lo ricordo. Un giorno di giugno. "Noto fumettista stroncato da collasso". Tre righe lette su un quotidiano mentre un treno in corsa fischiava verso il mare. E d'improvviso il viaggio trascolarava. Senso di nausea. Paura. Vuoto. Ti ho pianto come un fratello. Il fratello fantastico e maledetto che noi, le donnine sopravvissute alla non-rivoluzione del post femminismo, post punk, post comunismo e post macedonia mista, sognavamo a fianco. Fratello eh, mica amante.
Troppo fico il Paz, troppo bello per sposarsi ai nostri giubbotti alla Fonzie, troppo geniale il Paz per camminare in sincrono coi nostri zoccoli e le gonne a fiori. Troppo audace da sostenere. Te ne sei andato come una canzone degli Who, immortale oramai. Te ne sei andato tra gli accordi di Strummer Joe e lì esisti, resisti. Come quel pezzo di Fossati che amavi: "Per niente facili, uomini sempre poco allineati". Solo che più ti cerco, meno ti trovo. E adesso, in questo millennio, mi sfuggono i tuoi Natta, i tuoi Pertini, i tuoi Craxi. Non ti capirebbero oggi Andrenza. Abbisognano di altro, io stessa abbisogno di nuovi tratti, altre passioni. Ora gli eroi hanno profili tecnologici, volti cellulari, arti digitali, visi tirati dalle frequentazioni in rete. Che ne sai Spaz? Che vuoi saperne: il Papa seppellirà Zanardi e tutti i cattivi del globo in una maestosa cerimonia, il Pci non esiste più e vien da pensare che non sia mai esistito se non come allucinazione collettiva e perfino la Lazio ha vinto uno scudetto. Qui gira tutto in fretta.
Anche la roba ha nomi di cocktail. Solo il prezzo resta invariato. Così come il costo del dolore. Ma non ti capirebbero Paz. Non capirebbero Pluto, le "vighnette", il "prima pagare poi disegno", quell'ansia di massacrarci e poi far pace con noi stessi. Gioventù bruciacchiata che "aveva 20 anni nel '77 e ora ne ha 18" e non cresce, non dimentica, conta i lutti e ti racconta come un nonno. Ma io più ti cerco e meno ti trovo in quest'epoca di Aids e giubilei, di Sms e cronaca mondana. Mi sfuggi super Apaz che ci facevi morir dal ridere con la Prolisseide ("ovvero tutte le persone famose che ho conosciuto") e piangere di sconforto con Pompeo. Nel frattempo ho conosciuto tua moglie, Marina. Bella come te, un po' meno sfolgorante. C'è l'idea di una Fondazione Pazienza. Storia nobile, vagamente tristanzuola. Chi ne usufruirebbe?
Già mi vedo, li vedo. La fila di reduci a pagare il biglietto in quel di Montalcino pur di sentirsi "forever young", a fare a gara a chi ricorda di più le battute, le matite, le citazioni. Caro Paz, ora appartieni a tutti, anche a coloro che non c'erano. Fa male. Fanno male le ristampe inutili, certe pubblicazioni all'odor di squalo, la suddivisione in parti eque del caro estinto. Fa male sentirsi tesserati di un movimento che non esiste più, analizzati come bestiole da stabulario, giudicati solo per la sequela di cazzate che abbiamo inanellato. Quelli di oggi, gagliardi e palestrati, non ti capirebbero. Non ci capiscono. Al fornaio mi danno del lei e mi chiedono se il tatuaggio sul braccio è opera dell'estetista. Cose d'Apaz, Andrea. Qui gira tutto in fretta. Non ti trovo ma mi manchi. Mi mancano le "sturiellet", i bestioni da cavalcare, le strisce acide in acido, le tristezze velenose, le fini irreversibili, irreversibili, irreversibili… Mi manchi, mi manco. Forse era amore




(Daniela Amenta, Ultrazine 2001)

sabato 21 settembre 2013

Il respiro nero di Roma



Ci vorrebbe l’ispettore Ingravallo, quello del “Pasticciaccio brutto de via Merulana”, a decifrare segni, angoli, a riportare tutta la faccenda nel grammelot delle guardie dei romanzi, a codificare, semplificare questi giri concentrici di strade. Le strade della morte, dicono. Che è pure un bel paradosso in questa città solare, d’inverno e d’estate, chioccia e sontuosa, ma de core, eppoi luminosa, fin troppo, quasi abbagliante. E insomma don Ciccio Ingravallo, di Gadda, respirerebbe ogni particolare dello scenario. E tirerebbe su col naso pure quest’odore che aleggia ancora: sangue, sigilli col nastro adesivo, formalina, borotalco di guanti, sgommate di Volanti. Le case dei delitti di Roma, un triangolo sbilenco dalla periferia della Magliana a costeggiare Prati, fino alla suburra nobile dell’Olgiata. Le case dei delitti dimenticati, anche da chi ora ci abita. Come se bastasse rinfrescare le pareti, lavare i pavimenti con la candeggina, attaccare un bel quadro, proprio qui, guardi, su questa parete, che mi dà luce a tutta la stanza. 

La stanza è in via Poma. Via Poma 2, terzo piano dell’edifico 1B. E l’8 agosto 1990 anche nel quartiere Prati, lineare e squadrato, passato col righello. Quartiere di uffici e avvocati, la Procura a un passo, la Rai e San Pietro, e di fianco il Tevere. 



Via Poma 2 non è un palazzo, ma un condominio color biscotto. Più entrate, più uscite, l’ascensore con le grate, il giardinetto attorno, curato. E’ come allora viapomadue, tutto d’un fiato, che d’improvviso c’è il rischio che il fiato manchi, muoia in gola. Ventinove coltellate. L’ispettore Ingravallo l’avrebbe trovata così Simonetta Cesaroni, seminuda, le scarpe da ginnastica fuori la porta, 21 anni, e nel portafogli quella sua foto poi sbattuta sui giornali, proprio quella, col costume bianco, memoria dell’ultima, bella estate. Icona di un omicidio mai svelato. 
E’ rimasto tutto qui anche se il notaio Fabrizio Guerritore va di fretta. Questo è il suo studio, ora. L’annuncio “vendesi appartamento” rimase attaccato alla guardiola di Pierino Vanacore per mesi. “Prezzo abbordabile, un buon affare, considerata la zona centrale”, spiega. “Paura? E perché? Comunque la camera dove avvenne il delitto è la mia, le segretarie hanno preferito uno spazio più prossimo all’ingresso. I clienti? Quanto è accaduto non lo ricordano più, mi creda”. 


Come nessuno ricorda una vecchia toilette per cani. Via della Magliana 253/L. Qui gli edifici si stringono, chiudono il cielo. Palazzoni, traffico, Roma in lontananza. E proprio qui Pietro De Negri consumò la sua personale vendetta, o almeno così ha sempre sostenuto. Sul tavolo del “Canaro”, in una gabbia, c’era Giancarlo Ricci. Quando fu trovato, il 18 febbraio del 1988, era una sorta di troncone fumigante. Niente d’umano che perfino Ingravallo avrebbe strizzato gli occhi e infilato il naso nel bavero della giacca. Ha invece uno sguardo lieve la signora Anna, proprietaria della boutique che ha preso il posto del negozio per animali. Pareti rosa, specchi, piante, lingerie nero pece. Non manca nulla, con fantasie di ogni tipo comprese nel prezzo. “Ci siamo trasferite dopo un anno dal fatto, io e mia figlia. Prima era stato affittato a un falegname, poi a un macellaio. Poi, eccoci…” Eccoci, dunque. E che gran sorrisi, e che belle sottovesti, nella città che rimuove.

L’Olgiata, il formicaio di lusso, dista dalla Magliana quanto la luna. Erbetta all’inglese, cancelli, guardiani. Roma nord, verdissima e ombrosa. La villa di Alberica Filo Della Torre neppure si scorge dalla stradina interna. Sfolgorio di piante, tende, gazebo. 10 luglio del 1991, un altro giallo rimasto tale, con la contessa piegata su se stessa, a terra, e l’acqua della piscina lievemente increspata dal ponentino. Tutti colpevoli, tutti innocenti, un’unica vittima e sul citofono una targhetta bianca. E’ lo show room Trussardi. “Ma lo usano poco, non si vede mai nessuno”, dice a bassa voce una donna.Un party ogni tanto mentre crescono le siepi di bosso, mentre pare di intravedere Ingravallo, quasi di corsa, verso via Merulana. Lì nei pasticciacci brutti che odorano d’umanità, quella vera. Quella che neppure il tempo riesce a smarrire.

Daniela Amenta
(Urban, 2003)

venerdì 20 settembre 2013

Orietta Berti è pazza - Le scritte sui muri di Roma



Ci sono città che si intuiscono, nella loro interezza, dai cimiteri. Una visita al camposanto e si mostrano di colpo. Di colpo le vedi e le capisci. Le senti, le comprendi. E ci sono posti che iniziano e finiscono in una piazza, tra i bastioni del centro o lungo il bancone di un bar. Roma no. Roma è sfuggente. E’ troppa. Sempre a gambe aperte, denudata, ripresa, fotografata. Che credi di conoscerla e invece t’ha regalato solo un pezzettino di sé. Magari il più inutile. Bisogna camminarci. Attraversarla. Leggerla. Perché Roma è una scritta. Un’enorme scritta. Una “Pasquinata” permanente. Il sor Pasquino lasciava sui muri versi e svolazzi d’acida poesia alla faccia dei potenti. I romani fanno altrettanto. S’armano di vernici, di spray e schizzano case, monumenti, tangenziali e gallerie della metropolitana, peggio dei gatti in calore. Roma si svela così, si racconta così. Slogan dopo slogan, segno dopo segno. Come se le scritte murali fossero rughe e cicatrici di una faccia vera, i particolari determinanti di un immenso volto umano. Chi era Angela, ad esempio? Ce lo siamo chiesti in milioni, passando su Ponte Garibaldi. Era una dichiarazione a lettere cubitali, una delle prime, di cuore e di lotta: Angela ti amo. Con la A cerchiata dell’anarchia. Una scritta rossa, gigantesca, incisa sul travertino bianco dell’Isola Tiberina. La vedevi dall’autobus. Definita e definitiva, quasi fosforescente, chiarissima anche di notte. E ci immaginavamo sia lei, che lui, l’amante anonimo. Pareva di vederli, belli e rivoluzionari, a scambiarsi baci e testi di Bakunin dalle parti del fiume. Che non è biondo, nocciola semmai, ma ha argini perfetti, candidi come fogli Fabriano extralarge. Apparve proprio qui, lungo il Tevere e a pochi metri da Castel Sant’Angelo, l’epica scritta-murales. Finì sui giornali, immortalata dai turisti, altro che “Cuppolone”. Era il disegno di un polso alto almeno un metro e mezzo e con un orologio fermo sulle 11.30: “E’ ora che v’aripijate”. Così, senza altro aggiungere, senza un destinatario preciso. Messaggio tipicamente capitolino. Non tanto per il “v’aripijate” ma per il cinico disincanto. Per questa capacità dell’Urbe e dei suoi figli di trattare di calcio, politica e sentimenti con lo stesso tono sornione e malandrino. Dove altro, se non in via del Tritone, poteva trovare spazio l’estrema sintesi tra tutti gli Andreotti possibili? “Giulio fatte de gladio”. Amen.

Scritte immortali, alcune. Mai cancellate. Che resistono al tempo e al traffico della Prenestina. Qui, la consolare, da quindici anni ospita quello sberleffo più degno di un elzeviro: “Co sto caldo ce voleva un bel governo ombra”. E poi scritte multiple, con  aggiunte, richiami. In via Morgagni, dove “Lotta Continua” si è trasformata in “CarLotta Continua a fare la mignotta” in barba al politicamente corretto. O sulla Roma-L’Aquila, già in odor di autostrada. Su di un pilastro prende forma perfino il dogma religioso: “Dio c’è”. Che però si riduce in barzelletta grazie al commento di uno spray apocrifo: “o ce fa?”. Multipla anche la celebre “La Roma è Magica”, riveduta e corretta dai laziali in “Se la Roma è Magica, Cicciolina è vergine”. E via così, tra sfottò e illuminazioni ruggenti. La storia raccontata sui muri. Quella globale, di tutti. Quella privata. “Silvia sei bella come il tramonto”. E un mese dopo via Silvia, con una linea decisa di vernice. “Laura sei bella come il tramonto”. Si attendono altri nomi sulla Tangenziale Est, nuove passioni. Rimane invece unica, come Angela, la rima baciata e dolorosa sulla volta più alta ed esterna del ponte Flaminio, direzione Corso Francia: “Costanza ti amo senza speranza”, opera di un acrobata o, in alternativa, di un ragno.


Roma è così. Come questi graffi che mescolano sogni, sintomi, peripezie e visioni. Leggere Garbatella, ad esempio, è un esercizio di stile continuo. “La malavita invomita, ricca e prepotente”, recita un nauseato muretto. Poco oltre gli risponde un portoncino guardingo “A Ste, guardete tu’ sorella”. Ed ecco che quasi appare questa sorella di Stefano, fanatica e maliziosa, che l’intero quartiere controlla, spia, segue, tra ansimi e sospiri. E’ proprio in periferia che i poeti de ‘noantri si scatenano. E si scatena una romanitas surreale. Centocelle in versione Artaud si condensa nel miglior verso mai prodotto nel circondario: “Orietta Berti è pazza”. Chapeau. Che aggiungere? E’ una stilettata geniale, un colpo raffinato e a sorpresa. Che né gli Skiantos, né Elio e le Storie Tese sarebbero riusciti a fare di meglio. Oppure quell’altra. Imprevedibile, che lascia di stucco: “Non esiste rivoluzione con la motorizzazione”. E tra via dei Mirti e un reticolo di strade che hanno nomi di fiori e frutta, ancora la fantasia al potere: “Onanismo militante”.


 Benvenuti, allora. Benvenuti a Roma, dove si scrive coi pennelli indelebili. Dove ognuno ha da dire la sua. Dove si tatuano sulle pietre e sugli intonaci frasi, pensieri, romanzi di una riga. “Addio splendida e spensierata adolescenza”, commenta un Peter Pan costretto a invecchiare all’Acqua Acetosa. Replicano in via Baccelli, sul marciapiede battuto dai trans: “I signori della lussuria sono disoccupati”. E non finisce mai. Perché la “Caput” è un giornale, un libro da sfogliare che si rinnova notte dopo notte, quando l’urgenza di dire, di comunicare arma anime pazze e sconosciute. Cosicché può accadere di tutto, pagina dopo pagina, mattone dopo mattone. Vedi il caso della Montagnola che si gemella con Coney Island. Proprio così. La prima scritta apparve nel quartiere, area sud. “Roma like New York. Montagnola like Coney Island”. Da oltreoceano, la risposta chiara e forte (documentata con alcune foto che fecero il giro degli increduli residenti). “Coney Island like Montagnola”. Il che vuol dire che anche questo pezzetto anonimo di città potrebbe avere il suo Lou Reed. 

E non c’è writer che tenga. Perché nel caso delle scritte non valgono le hall of fame, i tags o i caps. Il tratto o il colore. Vale l’immaginazione, valgono l’acume matto e la voglia di spernacchiare l’insopportabile mondo del buon senso, vale il gusto di sovvertire le regole e di prendersi la parola, senza chiedere il permesso. Il manifesto d’intenti dell’intero movimento degli scrittori murali potrebbe essere in Trastevere. Via San Francesco a Ripa. “Roma città sempre vicina a tutti. Viva gli autisti degli autobus”. La città commenta, dibatte, riflette così. Si riflette su marmi e pietra povera. Si difende. “Più samba meno caramba”, “Più bonghi meno binghi”, “Baccaja reddito”. Si riprende la voce, la lingua. Si racconta, declama. Quattro milioni e mezzo di potenziali Pasquini. Il più gigantesco esercito mai schierato dalla letteratura dei poveri. “Perché come te nessuna mai”, scrivono Giacomo e Corrado sulla Nettunense. Angela, Costanza, Coney Island e Orietta Berti lo sanno bene. Come te, Roma, nessuna mai. Firmato: “Muccino pippa”.

Daniela Amenta
(Urban 2004)

martedì 17 settembre 2013

Iggy Pop si è stranito


Iguanito Pop è come nelle foto. tutto muscoli e bucherelli. ah no, non interpreta parti. è così com'è, prendere o lasciare, il nostro. non racconta neanche storie che meritano di essere cliccate, lette e rilette. niente, non pretende. è l'iguanito, the iggy. corteccia sul cuore. ognuno la sua tragedia. solo i baciati da dio credono che la propria meriti di essere più raccontata di quella degli altri. e insomma lui nacque in una roulotte nei sobborghi di detroit, e senza citare i grandi classici mise su un gruppo - the stooges - che poi era il titolo del suo programma tv preferito: quattro cretini a mangiare pop-corn e a bere birra. da quel momento il rock non fu più lo stesso, però. la biografia sta ovunque. con tanto di pere e anfetamine, e non tocca a me raccontarla. ma di iggy vorrei dire, di quel no fun che è sempre vero, quell'urlo (howl, giusto, tanto per citare ginsberg. fa fine), quell'urlo risuona in tre differenti generazioni. niente divertimento e niente altro da aggiungere, a parte le svisate che tagliavano l'aria come - zac zac - rasoi. e la voce. la voce di iggy pop. lust for life.


una persona gentile l'iguanito. piccolo di statura, muscoli e vene di plastica rappresa. parla piano, voce bassa, fumo e catrame, cool è il suo intercalare. aveva una moglie giapponese, tutta zen e arte della manutenzione del più grande bacino punk. poi finì. le storie finiscono, se si è troppo diversi, troppo simili o se si fa a gara a chi colpisce più in fondo, più in giù, dalle parti del cuore. quindi finì. ora sta con 100 femmine, soprattutto ispaniche. gentile, anzi un vero signore. basta non prenderlo per il culo. perché il nonno del search & destroy merita rispetto. a una conferenza stampa, in milano, un tizio gli chiese: "signor iggy, ma visto che lei fa una musica molto dura, perché non si cambia cognome? da pop in rock?". lui niente, manco una piega. d'improvviso s'alza, raggiunge il tipo, lo squadra, gli sputa in faccia "prego, un'altra domanda". certi no fun fanno anche ridere, ma non sono per tutti. ne converrete.

(Daniela Amenta da Linea Gotica, forse 2003)


Nick Drake al nostro matrimonio




La musica sarà per sempre legata alla domenica mattina. La mia, almeno.
C’era da percorrere viale Marconi, l’unica strada di Roma che racchiude un intero quartiere senza nome. C’era da camminare sotto certi raggi d’estate feroci come chiodi incandescenti, e ripararsi sotto le tendine a sbuffo dei negozi quando pioveva. C’era da marciare, tre chilometri di viale Marconi, quasi di corsa, con un’ansia e un’adrenalina che neppure allo stadio mi prende così. Quella voglia di arrivare subito alla fine, di essere lì. Lì era il tunnel che separa il quartiere senza nome da Porta Portese.
Lì è già qui, ora. E qui la domenica mattina si vendono i dischi usati.
Sono stati i miei primi dischi, comprati alla cieca dai pusher di vinile, come li chiamavano noi pischelli.
I pusher arrivavano con le buste delle discoteche più incredibili del mondo, buste rosse di Hong Kong e a strisce blu della Londra swingante e poppettara, e buste nere della New York folky e occhialuta, certamente ebrea che beveva sidro di mele e fumava sigarette al mentolo.
I pusher avevano facce esperte da freak e tenevano le buste in mano. C’era da arrampicarsi sulla punta dei piedi per guardarci dentro, passare con le dita velocemente la costola dei dischi, passare le dita perché la musica è anche tatto. Quando Eno disse che la musica era architettura compressa di suoni, capii e sorrisi. E quindi m’arrampicavo e toccavo, guardavo, valutavo con gli altri pischelli mentre i pusher se la ridevano. Che eravamo alle prese con un miliardo di titoli e due lire in tasca e il dolore estremo della selezione epocale: individuare l’album dell’isola deserta, quello per sempre, della vita.
E poche idee, e zero sapere, e tante volte scegliemmo per un’assonanza, una copertina.

Così il primo disco fu Bowie con gli occhi cangianti, neppure avevo lo stereo, ma bisognava pur cominciare. E scelsi per estetica.
Il pusher disse: «controlla che non sia rigato».
Lo sfilai della mutanda di carta bianca, lo tenni tra le mani e sotto il cielo.
Esattamente tra le mani, senza poggiare le dita sulla plastica nera come se io fossi il re del mondo e stessi analizzando un asteroide.
Il pusher, che aveva occhi azzurri come gli infissi della Grecia e i capelli rossi spiccicati a quelli di Pippi Calzelunghe, osservò.
Commentò: «siamo esperti, eh?».
Annuii. Avevo 12 anni e il cuore nelle orecchie, per il mio primo disco. Me lo incartò tra i fogli di un giornale. Ripercorsi viale Marconi, verso casa, con la sensazione precisa di essere diventata, di colpo, adulta.
Altro che baci, altro che sesso.
Bowie me l’ero scelto, l’avevo soppesato. L’unico elemento casuale poteva riguardare il contenuto. Ma per quello, c’era tempo. Bowie rimase incartato come un’icona, con la carta di giornale fermata agli angoli da due grosse orecchie. La domenica ero di nuovo lì, e pure quella dopo, e per tutte quelle che arrivarono per i successivi tre anni.
Il pusher Mariuccio fu il mio guru, e il maestro, il Don Juand el rockenroll.
«Ma lo sai che cos’è Woodstock, pischè?».
Racconta Mariuccio. E Mariuccio raccontava di palchi e decibel e di chitarre. E di quella chitarra, soprattutto.
«Lui si chiama Jimi, con una emme, ripeti. Ma può esse che non l’hai mai ascoltato? Ma non ce l’hai un fratello più grande? Ma guarda, guarda, siete uguali voi due. Ti battezzo come Jimetta». 
Ero Jimetta e il rock era roba mia, ero la sorella di Hendrix e l’allieva prediletta di Mariuccio. La musica arrivò così, per parentele impreviste, suggellate sotto il tunnel di Porta Portese. Fu così e poi nulla fu più uguale.
Quando ascoltai “Voodoo Chile” mi venne la febbre.
Era sangue del mio sangue, roba di viscere e furore scritta da mio fratello. Ero la predestinata, quindi.
Ebbi altri attacchi, a seguire, a metà tra la rosolia e il delirio, con la fronte che scottava per gli Zeppelin, i Pink Floyd, gli Who, i Kinks.
Mariuccio si aprì un negozio in provincia e sparì. Prima, l’ultima consegna.
Anzi, il primo, unico, prezioso regalo: “Bryter layter”, con la foto di un tipo senza scarpe e una chitarra in braccio.
«Ti consegno questo Jimetta, ascoltalo con attenzione. Quando cresci ci sposeremo e metteremo una canzone al nostro matrimonio».
La canzone era “At the chime of a city clock”, Mariuccio? E tu eri il cugino di Nick Drake? Ogni tanto mi ritorni in mente. E quel disco si chiude con Sunday.
Sarà di domenica che ci ritroveremo. Tu con le buste inglesi, io in punta di piedi.
Sarà di domenica che mi verrà di nuovo la febbre per un assolo, una melodia tristissima, per un uomo coi capelli spiccicati a quelli di Pippi Calzelunghe.

“When the light of the city falls
You fly to the city walls
Take off with your bride.
But at the chime of a city clock”

(Daniela Amenta per Webgol di Antonio Sofi, febbraio 2004)