domenica 26 gennaio 2014

Gigi Paraggi e la notte putiferia




nel quartiere viale marconi o diventavi coatto, o soccombevi. prendevi sganassoni che levate anche perché la peggio gioventù stava là . quelli della magliana ce stavano, e certi fasci torvi e incazzati, pippati e black, de rapina, de morti ammazzati. pronti a tutto. mannaggia a loro. grossi e 'nfami, appostati al bar subrizi, che era un covo de casino, e se non ti sapevi difendere te la vedevi brutta. a rischio de portaje i cappuccini tutta la vita. se t'andava bene.

l'idolo nostro fu quindi gigi paraggi che era un nano, alto come noi rigazzini. gigi non era propriamente nano, aveva un morbo, che si chiama osteogenesi imperfetta che gli rendeva le ossa piccole e fragili, e gli occhi di un indaco nebbioso. poi si scoprì che anche un re importante stava come gigi nostro, e il jazzista petrucciani, l'uomo che faceva ridere il pianoforte e impazzire le donne, l'artista che suonava tutta la fretta del mondo perché non c'aveva tempo da perde. e infatti quando ascolti 'sta musica meravigliosa, cascate di note d'argento e tramonti sui pianeti pazzeschi, pensi che gigi si meritava intorno gente come a michel, e dischi di diamante fuso all'antracite e a fiori di pesco di giardini. a cose bellissime, insomma. mortaretti de stelle.

invece gigi nacque a viale marconi. e a viale marconi ce stavamo noi, solo noi, co le bolle in faccia e le magliette strette strette alla moda de raffaella carrà. era intelligentissimo, però. un essere superiore nonostante la statura minuscola. una lingua da crotalo. sveglio, cazzuto. cattivo ma equo. e nessuno si permetteva de pijallo in giro.
il sogno di gigi era di poter gareggiare nel derby calcistico marconese-ostiense, in porta. ma questo, nonostante venisse rispettato pure dalla banda del bar subrizi, non gli fu mai consentito. cosicché gigi ci schierò a noialtri rigazzini nell'epocale match che si svolse nella marana teverina, precisamente al campetto infernale lungotevere di pietra papa, un posto tanto lercio e zozzone che anche gli zingari s'erano rifiutati d'accamparsi. il match dei match andò in notturna, con il contributo di quattro fiat e un par di motorini che ci spararono addosso le luci dei fari per illuminare il rettangolo di giuoco.

eravamo un 4-4-2 classico, detti la squadra der nano, tutti nani, anni compresi tra 11 e 13, vestiti di rosso perché gigi disse: "dovemo sembrà diavoli e marziani, esseri imprendibili e un po' malvagi, e sfonnali psicologicamente". in porta il nostro lev jashin coi guanti di lana acquistati all'upim che "la lana trattiene la sfera di cuoio che se incolla ar tessuto".
contro avevamo il real san paolo, che s'allenava in basilica. gente grossa di 17 anni e più. finì con un pareggio, e quindi vittoria per noi, e gigi paraggi l'immenso che parò un corner radente e infido. la sua prima, ultima parata. gigi se ne morì come avevano detto i dottori, che non sarebbe mai arrivato ai 30anni. ne aveva 29 il giorno del match. ne uscì in trionfo e a quelli del bar subrizi glielo disse. gli disse: "d'ora in poi a tre palmi dal culo de sti rigazzini, sennò ve faccio magnà er core". e quelli zitti.

nella chiesa santi cosma e damiano, che non era una chiesa ma un garage, partecipammo tutti al funerale. don angelo ci permise di fare la messa beat. cantammo per lui, il nostro amato gigi, la canzone “il testamento di tito” con don angelo che s'attappava le orecchie per via dei brividi apocrifi.
fu il mio primo amichetto morto, il maestro d'arte coatta. che è morto, però, lo capisco solo oggi. che c'è un cielo d'indaco nebbioso.
bella gi', ce manchi.

daniela amenta
2003



venerdì 24 gennaio 2014

Certe estati a Tormarancia

sottotitolo: quando ingravallo liberò il cane
(e successe l'iradiddio)



accadde l'anno scorso, nella notte tra il 14 e il 15 di agosto. il quartiere venne svegliato da un mugolio lugubre, un latrato di tragedia. in molti pensammo a un incidente a camillo, che è il cane del quartiere nostro, tormarancia (ce l'ha scritto pure sulla medaglietta). in molti ci affacciammo. e all'alba scoprimmo. sulla terrazza di un attico lo sconsolatissimo husky. rimase sulla terrazza, sotto un sole da tremila gradi, per tutto il giorno. su e giù. disperato. la serranda della finestra abbassata, e il cane su e giù, a infilare un muso triste e bianco tra le fessure del balcone.

rapida consultazione tra i vicini. "ma sto cane? ma che l'hanno abbandonato? ma l'hanno chiuso fuori, ma ce l'avrà  l'acqua? e da magnà sta bestia ce l'avrà??". quello del secondo piano, padrone di nerone, ci rincuorò dicendo che i proprietari dell'husky li conosceva, brava gente, che mai e poi mai l'avrebbero accannato.

e passò il 16 e a metà del giorno 17 di agosto. e ci iniziammo a preoccupare per davvero. l'husky piangeva come un vitello su e giù sulla terrazza rovente. fu allora che dal primo piano un urlo attraversò la tromba delle scale. "chiamiamo ingravallo". ingravallo, ex milite in pensione, è maresciallo nell'anima. di maresciallo ha l'alito, i peli nel naso e il passo piatto. ingravallo non parte mai nei giorni topici dell'anno e monitora il rione con sguardo d'aquila miope.

"marescià è successo questo e questo altro. mo so passati tre giorni. temiamo per il cane, dice che se chiama rollo, pora bestia". ingravallo precisissimo, chiese di visionare la scena da uno delle "postazioni" (traduzione: balcone). sopra l'attico incriminato c'è¨ la terrazza condominiale. e ingravallo disse: "domani mattina informo il comando generale centrale. interverranno loro. è¨ una faccenda delicata. queste bestie di razza aschi sono montanare, ormai so tre giorni che sta al caldo della fornace. può esse che sia ferito e/o disidratato".


quella notte dormimmo tutti poco e male, nell'attesa dell'intervento risolutore. dormimmo male ma il poco fu sonno de piombo.  e infatti non sentimmo il casino in casa dell'husky.

ingravallo, complice il buio, pensò di farci una sorpresa calandosi dalla terrazza condominiale per liberare il cane prigioniero. era già  planato, con un salto aerobico de una metrata. ma in contemporanea erano tornati i proprietari sfaccimmi della bestia montanara che un altro po' denunciano ingravallo-il-prode per infrazione di proprietà privata, furto, rapina e due intere paginette del codice penale.

anche allora fu grande, ingravallo. si ripulì le mani, accarezzò il cane sul capoccione. disse: "le bestie o se tengono bene, o niente. ve denuncio io per maltrattamenti, altro che cazzi".

poi si scopri che i proprietari sfaccimmi si erano assentati per via di un urgente ricovero in ospedale e che la vicina loro ci aveva le chiavi e che l'husky di nome rollo, ci aveva acqua e cibo a carrettate ma per malinconia aveva scelto di stazionare sull'assolato balcone.

ora ogni volta che rollo incontra ingravallo ringhia che è una bellezza.

daniela amenta
2004

mercoledì 8 gennaio 2014

Otto gennaio 1951

Questo post è in memoria di Claudio Rocchi. Oggi avrebbe festeggiato 63 anni.


Il volo magico non si è interrotto. Di sicuro continua altrove. Sopra le pietre nere della Sardegna, le vette dell’Himalaya, tra le note, lo zen e l’arte della manutenzione del cuore. 

Claudio Rocchi, musicista, se n’è andato. Aveva 62 anni, nato a Milano l’8 gennaio del 1951, che poi è il titolo di un suo pezzo bellissimo, struggente. L’ha colpito a sorpresa una malattia degenerativa alle ossa. L’aveva raccontato lui stesso su Facebook, a fine maggio, ma senza piagnistei.

«Il buonumore tiene, la coscienza pure, il libro è iniziato stamane». Il libro era la sua autobiografia, La settima vita. E di cose da raccontare ne aveva Claudio. Un’esistenza pienissima, luminosa e ricca. Proprio come lui. Aveva cominciato nel circuito del rock alternativo, negli anni Settanta, come bassista degli Stormy Six. Poi la carriera da solo: visionaria, mistica, aerea, psichedelica: il primo disco acustico nel 1970 con Mauro Pagani, Viaggio, e poi Volo Magico numero 1, un capolavoro. Parte in India, torna e scrive Essenze facendosi accompagnare da Elio D’Anna degli Osanna e Mino De Martino dei Giganti.

Una vita pienissima. E tanta musica da far girare la testa: da Trilok Gurtu a Paolo Tofani degli Area, da Alice a Battiato, da Alberto Camerini a Franco Mussida... E tanta radio, programmi di culto come: Per voi giovani e Pop Off sulle frequenze di Radio 2. Proprio con Tofani aveva fondato il network nazionale RKC (Radio Krishna Centrale) con programmi dedicati a Vishnu, alla meditazione, alla spiritualità.

Negli anni Novanta continua a comporre: scrive musica, scrive poesie, sostiene l’apertura di «Re Nudo», la rivista underground, interpreta una parte nel film Musikanten di Franco Battiato. Non si fermava mai, Claudio, l’inarrestabile, il solare, innamorato dell’universo e delle sue creature: ascoltare per credere Sacred Planet, musica cosmica e sciamanica. Era magico, era gentile, era ispirato, con quella dose di follia che lo spinse a ideare e realizzare progetti apparentemente assurdi: nel 1999 nuova svolta, addio amici, si parte.

Per andare in Nepal dove rimase tre anni, fondando a Kathmandu, la prima radio indipendente nazionale «The Himalayan Broadcasting Company». Ne parlava con gli occhi che brillavano, che storia quella radio... Che emozioni quella gente, quei luoghi, quella valle sacra per gli indù e i buddhisti. Era un monaco, Claudio, un uomo che camminava a qualche centimetro dalla terra e la osservava con amorevole compassione. Dopo il Nepal un’altra grande sbandata: la Sardegna. 
Aveva trovato una casa a sud di Oristano, vicino a una montagna di pietra nera, da dove si vedeva il mare. All’isola dedicò anche un film, Pedra Mendalza. Era così Claudio Rocchi. Un vulcano in ebollizione. Uno sperimentatore. Un rivoluzionario. Uno che a un concerto di militanti comunisti a Ravenna fece ascoltatore il battito cardiaco di sua figlia nella pancia della mamma. Uno che continuava a fare quello che gli passava per la testa. Per esempio collaborare con una band dell’area psichedelica piemontese, gli Effervescent Elephants, ma soprattutto a fare musica con Gianni Maroccolo (ex Litfba, ex Csi). 

Un progetto bello - Vdb 23 /Nulla è andato perso - con disco, dvd e libro e i fondi trovati in rete grazie al crowdfunding. Un progetto al quale aveva aderito anche l’amico di sempre, Battiato. Rocchi raccontava spesso delle sue vite precedenti («aspirante santo», «aspirante pop star»), aveva mille aneddoti, aveva visto cose che noi umani fatichiamo anche a immaginare. A un certo punto aveva incontrato anche l’amore, Susanna Schimperna, alla quale dedicava (ampiamente ricambiato) meravigliosi post su Facebook e che sognava di sposare. L’altra notte una crisi più grave: pressione bassa, difficoltà a respirare. E poi ieri il tracollo.

Credeva nella reincarnazione e della morte non aveva paura («sostanziamente non esiste») ma lascia un grande vuoto in chi l’ha conosciuto, nei tanti fan guadagnati nel corso di una carriera che ha toccato ogni genere, che si è sempre rinnovata, guardando avanti, verso le nuvole, lungo la linea infinita dell’orizzonte. Buon viaggio, Claudio. Il volo magico è appena iniziato.

Daniela Amenta
L'Unità 19 giugno 2013


mercoledì 25 dicembre 2013

L'albero di Natale alla stazione Termini

I rami più bassi pendono, stracarichi di messaggi. Qualcuno cerca di arrampicarsi come può pur di infilzare il proprio bigliettino, dire la sua, augurarsi un pezzettino di felicità, augurarla agli altri. Lo chiamano «l'albero dei desideri»: un semplice abete con i festoni, piazzato all'ingresso della Stazione Termini di Roma. Lo addobbano migliaia di foglietti che sono la fotografia di questa Italia stanca, spesso spaventata e ondivaga, che coltiva nel profondo sogni, bisogni, incanti. È come un muro questo abete grande e grosso che raccoglie speranze e guizzi, pensierini scemi e teorie di futuro. Un muro su cui lasciare la propria firma, il messaggio nella bottiglia. 
La leggenda metropolitana racconta che la prima ad attaccare sui rami un bigliettino fu una clochard: era il 2005. La donna cercava di dormire tra i cartoni e un vecchio sacco a pelo ma c'era troppo rumore. Trovò un foglio di carta e una penna, scrisse: «Caro Babbo Natale portaci un po' di silenzio, per favore. Anche noi abbiamo diritto di riposare». Poi, sono arrivati gli altri. Tanti, tantissimi. Dai turisti che passano dalla stazione e salutano Roma in tutte le lingue del mondo ai pendolari che aspettano un treno in perenne ritardo, dai passanti infreddoliti ai cassaintegrati dell'Agila che hanno raccontato la loro protesta, la sofferenza, la paura servendosi anche dell'albero di Termini, dai migranti agli studenti. 

Un abete come cassetta della posta, letterine di adulti indirizzate a Gesù Bambino o a Santa Klaus. Lo specchio di un Paese che ha fame di lavoro, soprattutto. La maggioranza dei messaggi chiede un posto, un'occupazione, un progetto per guardare al futuro. Nel 2010 una donna attaccò la propria busta paga da 600 euro al mese. Scrisse: «Vedi se puoi fare qualcosa di meglio». Oggi c'è chi appunta il proprio curriculum, come un ragazzo di Gugliano, diploma tecnico in ristorazione, nato il 24 dicembre del 1991. Nato proprio a Natale. Chissà se da qualche parte c'è anche per lui una piccola stella cometa. E poi Giulia che su un foglio di quaderno aggiunge: «Fammi lavorare. E visto che ci sei porta pure la pace sulla terra». 

C'è chi prepara il proprio messaggio a casa, in bella calligrafia, ci aggiunge disegni e colori. Ma i più scrivono su una panchina, per terra, appoggiati sui corrimano. Scrivono di getto, sul retro di uno scontrino della spesa, su un pezzetto di manifesto pubblicitario staccato dai muri, su di un foglio stropicciato. Pensieri e parole di carne in questi anni virtuali, sintetici. Sui rami c'è di tutto. E c'è posto per tutti. Strati di pezzi di carta, uno sull'altro. C'è chi chiede di avere un bambino, chi spera di incontrare l'amore o di tenerselo, chi sogna un viaggio, un diploma, più soldi, una vittoria magari alla Lotteria o un trofeo per la propria squadra del cuore. C'è chi augura semplicemente buon Natale, chi - come Mauro – «vorrebbe la forza e il coraggio di lasciare questo Paese per sempre». C'è chi disegna cuori e chi manda al diavolo tutti «i politici ladri e infami», c'è chi insulta e chi immagina un nuovo anno bellissimo. C'è anche chi pensa agli altri come Nadia e Fabrizio che in una lunga lettera scrivono: «Caro Babbo Natale, io e e il mio compagno avremmo molte cose da chiederti in regalo, tra le quali un lavoro che ci permetta di vivere dignitosamente. Ma siamo abbastanza giovani, forti e guerrieri. E quindi ci sentiamo obbligati a chiederti un'altra cosa. Devi aiutare Francesca e Concetta, le ultrasettantenni che vivono sui marciapiedi della Stazione Termini in Piazza dei Cinquecento, da oltre 30 anni visibili a milioni tra turisti e pellegrini, ma invisibili alle istituzioni. Ti preghiamo di rendere dignità a loro, al popolo romano e a quello italiano». 

L'albero accoglie qualunque desiderio. Qui non si può aggiungere «mi piace» come su Facebook, non si può condividere come su Twitter. Pensieri e parole restano lì, immobili, scolpiti, fino alla fine della feste. Poi spariscono quando l'abete viene portato via con i festoni d'argento, quando le lucette si spengono. Peccato. Sarebbe bello tenere da parte queste lettere d'Italia all'Italia, che scandiscono il trascorrere del tempo attraverso gesti tanto semplici quanto antichi. Sarebbero da conservare questi desideri, sperare che almeno qualcuno si sia realizzato. E che l'albero di Termini, muto e immobile, possa un giorno trovare la voce per raccontare un Paese migliore.

Daniela Amenta
(L'Unità 24 dicembre 2013)

giovedì 28 novembre 2013

Into your arms, oh Nick


E' lui l'ossimoro. Tutto e il suo contario, soprattutto il bene e il male, soprattutto la redenzione e la perdizione, l'angelo e il demonio in una sola anima palpitante, guerriera, nero catrame. Qualche patto infernale Nick Cave, da Warracknabeal, deve averlo controfirmato cou una piuma di pavone intinta nel sangue. Ha 56 anni e sembra più giovane di quando ne aveva 26 nonostante i draghi, le droghe, la vita misera sull'orlo dei precipizi, le botte date e ricevute. Sembra un uomo pacificato, Nick. Un uomo che si concede, si dà, dà “il proprio cuore in pasto al pubblico” come avrebbe detto Oscar Wilde sfogliando un garofano verde. Lo si capisce subito. Entra in grande stile con una band sinceramente mediocre, figuranti stonati rispetto ai veri Bad Seeds, entra nella sala buona dell'Auditorium di Roma sculettando. Attraversa il palco con falcate da ballerino, da star. Più alto e più magro di vent'anni fa, sempre Roma ma al Tenda a Strisce, dove tenne uno show timido, nervoso, irrisolto.
Oggi no. Oggi è in forma. Vuole amare, farsi amare. Accetta il primo mazzolin di fiori dalla fan in giuggiole, ne bacia un'altra. Palco buio, luci bianche incandescenti. Parte We No Who Ur.

Sembra un concerto, all'inizio. Poi alla seconda strofa di Jubilee Street, Nick Cave alza il tiro. Il suono è saturato al limite dell'umana sopportazione, ma così serve. E' suono al calor bianco, è rumorismo crudele, è il punk che infuria smidollato ed elementare, è il rock piegato come un Cristo in croce. Un muro di note e tutta la meravigliosa, coatta, abusata retorica dei quattro quarti trasformati in marcia funebre e opera erotica. Gli adepti del culto, i missionari del King Ink, schizzano dalle poltroncine in velluto rosso, dritti verso il palco. Si alzano centinaia di mani. Il re si fa toccare, sporge il bacino pelvico, il petto. Ecco, prego, prendetemi. Sono carezze, baci, urla: una piccola orgia collettiva. Il re si sostiene con quelle mani. Si tuffa tra quelle mani. Le mani lo sostengono come un ponte. Sono le mani di Henry Lee, delle donne avute, di quelle sognate, quelle ammazzate da Barbablu: Deanna, Alice, Sugar sugar sugar, Lucy, Christina, la moglie di John Finn, Cassiel, Betty Coltraine. Into my arms, oh Lord.

Ci sono giorni di inchiostro. E quando arrivano questi giorni, con mantelli scuri e refoli di vento gelido e brividi, bisogna avere il coraggio di guardarli in faccia. Avere il coraggio di aprire la porta, di far accomodare ricordi e manie, e di riascoltarsi un pezzo, un bel pezzo di vita. La propria. La nostra. La tua. Quando arrivano i giorni di inchiostro, la musica è del King Ink. re della
nostra miserevole e fiammeggiante antologia di Spoon River, re e predicatore, il reverendo Cave armato di doppietta, il satanasso Nick con camicia nera sul palco che bacia tutti e da tutti si fa baciare: ragazzine, donne fatte, pischelli in estasi. Love Letter.

L'estasi arriva con Higgs Boson Blues ed è un pezzo imperativo. La sintesi del delirio e della rinascita. Cave benedice, maledice. Il trono della misericordia attende.

E in un certo senso spero
di farla finita con questo esame della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E non ho più niente da perdere
E non ho più paura di morire”.

The Mercy Seat arriva inarrivabile. Quanto Deanna.
Lui è venuto, lui se n'è andato. Non voleva il nostro amore, non voleva i nostri soldi. Voleva la nostra anima. Se l'è presa. 

Daniela Amenta
28 novembre 2013

venerdì 22 novembre 2013

Oh violino tzigano



romeo ha 11 anni: a volte ne dimostra 6, a volte 60. e suona la fisarmonica, proprio come in una tristissima canzone di gianni morandi. solo che lui, romeo, le mani ce le ha piccole, da bambino. mani grassottelle coi buchini tra le falangi. e con queste manine suona, gonfia il mantice, attraversa i tasti. "suona suona per me o violino tzigano", e gira tra i tavoli dei bar in centro con la fisarmonica rattoppata, tenuta assieme dal nastro adesivo e un bicchieretto di cartone sopra. chi vuole gli lascia un soldo dentro. ha classe, anche nel chiedere, viene dalla romania, da un paese molto vicino a bucarest.

mi ha spiegato. anzi, mi ha disegnato la carta geografica sul tavolino del ristorante e mi ha indicato il suo paese. "io sono questo", ha detto, sottolineando un punto indistinto tra la forchetta e il bicchiere. mi ha raccontato che una fisarmonica per grandi costa poco (50 Euro) ma una per bambini può arrivare anche a 200. 

ha una faccia tonda, i capelli come manolito, sempre in ordine: i pantaloni azzurri, una vecchia maglietta che gli sta grande, sembra un vestitino, blu e rossa, le scarpe da ginnastica che forse un tempo devon esser state bianche. occhi bellissimi, di brace.
è in italia da 11 mesi, ma parla molto bene. quando mi vede mi sorride tutto di traverso, un sorriso appena accennato, poi mi raggiunge e la fisarmonica si gonfia e si restringe a furia di macinare canzonette. gli ho giurato che gli insegnerò libertango di piazzolla. la canterò tra i tavolini dei bar del pantheon e lui mi verrà dietro a suonarla. 

questa cosa, questa che ci siamo promessi, è un patto vero. ci siamo stretti la mano io e romeo.

Daniela Amenta


giovedì 21 novembre 2013

Obitorio


per esteso, l'insegna dice: "pizzeria dei marmi". ma non c'è uno in questo budello di caput mundi che l'abbia mai chiamata così. qui è detta, ovvero unanimente riconosciuta, come "pizzeria l'obitorio". o per la precisione "obitorio" che i passati proprietari, famiglie moroni e casini, s'encazzavano pure un bel po', toccandosi le parti basse senza manco fingere improvvisi danni prostatici.
sta qua da sempre, l'obitorio, viale trastevere, circa 2mila tavoli in marmo bianco da anatomopatologo e una corte di infermieri-camerieri che va e viene a duemila mentre la caposala, biondissima occhialuta e procace, chiama a voce alta 22 margherite, 15 capricciose, 18 napoli, 6 ortolane (una senza alici). bisturi, plis.
è una fabbrica, è il ministero della pizza romanesca, sottile, ostia croccante, niente de che, ma il rito è rito, e l'obitorio ne fa parte perché è qui, e qui resta. a dispetto del tempo, e sempiterno, con le pale dei ventilatori che gracchiano e graffiano il soffitto, il bancone di marmo, l'alzatina degli alcolici compresa una boccia di liquore strega, ormai più verdognola che gialla. uguale, uguale, anche a ripescare i ricordi più lontani, con la scritta al neon: supplì al telefono, filetti caldi di baccalà, fagioli al fiasco, con le cotiche, con l'osso di prosciutto, e la magnifica insalata capricciosa, mai mangiata, ultimo e inespresso desiderio da rimandare per quando sarà tardi per davvero.
ma all'obitorio non è tardi neanche alle 2 del mattino. che gli infermieri-camerieri spingono de brutto, col nome sulle camiciole bianche, ma basta che li chiami "capo" e arrivano, cioè accorrono al capezzale, strusciando piedi, piedi che percorrono chilometri, chilometri d'asfalto e carciofini, un miliardo di uova sode, tremila tonnellate de pommodoro e mozzarella.
li chiami capo, tutti, tranne lui, valerio, spiccicato a bernard blier, l'immenso spaccapalle della commedia francese, e poche ciance. che qui la pizza s'accompagna a gazzosa Neri e 'na fojetta, quarto di vino castellano bianchissimo e rughetta "nun ce sta", al massimo cicoria ripassata, e l'anguria calda arriva mescolata ai cubetti di ghiaccio. e roma pare roma.
con gli avventori, fuori in fila che te controllano il tempo che ce metti, orologio al polso, il tempo che scivola grandioso tra un'oliva ascolana e un fiore di zucca, un tavolo di marmo che si libera e una rosa - comprarosaeddai - che appassisce prima che valerio porti il conto.
heroes. just for one day.
Daniela Amenta